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Francesco Moser per la terza volta consecutiva primo sul traguardo della «Roubaix». Questa aspirazione al «tris» in una delle corse più dure e affascinanti era il tema ricorrente delle previsioni, non soltanto degli auspici, dei giorni di vigilia. Senza evocare immagini bibliche, non c’è dubbio che questo tre, numero perfetto, sintetizza un’impresa sportiva che colloca Francesco Moser, vi fosse stato ancora qualche dubbio, fra i grandi della storia del ciclismo.
Lo ha capito e sottolineato domenica il pubblico di Roubaix, che ha accolto in piedi l’arrivo di Francesco, dominatore di una corsa che in lui ha trovato il suo interprete più superbo. L’impresa sportiva, quando è autenticamente grande, riesce a superare anche i limiti del tifo e del nazionalismo. Moser ha meritato l’applauso e l’ammirazione sincera di tutti.
Il modo in cui Francesco ha costruito il suo terzo successo nella Parigi-Roubaix sembra uscito di pari passo dalle pagine di un ciclismo di altri tempi. Per stare a tempi più recenti, l’accostamento al Merckx dei giorni migliori non è certo irriverente.
Al di là di un successo che basterebbe da solo a nobilitare una stagione, quale è il significato tecnico della simbiosi quasi perfetta che unisce la Roubaix a Moser? È questo l’eterno interrogativo, che da sempre divide i tecnici del ciclismo: fino a che punto il percorso conta nel determinare l’esito di una competizione? Oppure, rovesciata la prospettiva, un campione autentico è tale soltanto se riesce ad adattarsi alle esigenze che la strada gli propone? Sono domande indubbiamente valide, ma forse, in definitiva, anche accademiche.
È evidente, nel caso specifico, che Moser trova il modo di esaltare le sue caratteristiche in una corsa come la Parigi-Roubaix, che diventa alla lunga mezzofondo puro. È in definitiva la strada, il pavè, che pensa da solo a scremare il gruppo e a stabilire la gerarchia. In una corsa di questo tipo, in cui contano doti di fondo e potenza, capacità acrobatiche nel districarsi nelle insidie del terreno, non c’è dubbio che Francesco Moser è il numero uno al mondo, perché non c’è gioco di squadra o alchimia tattica che possa tarpare il suo volo.
Esattamente il contrario di quanto accade, per esempio nella Sanremo, dove, con tutto il rispetto, può vincere anche un Gavazzi, mentre Moser in tanti anni di tentativi non è riuscito mai ad averne in mano le redini (cosa che sapeva fare magistralmente Merckx, sette volte primo in Riviera).
Nessuna corsa, alla luce di queste considerazioni, si adatta dunque meglio a Francesco, corridore d’istinto, attaccante per vocazione, qualche volta al limite del suicidio. Con queste chiavi va forse interpretata la filosofia di un trionfo preparato con cura, voluto fortemente e perfettamente centrato. La Roubaix era il principale bersaglio di primavera e Moser non l’ha sbagliato.


