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TRENTO. I maltrattamenti subìti da una donna e dai suoi figli affondano nel passato. La vittima, oggi quarantenne, assistita dall'avvocato Claudio Tasin, ha raccontato che fin dall'inizio del matrimonio, celebrato nel 2004, il marito si era dimostrato «ossessivamente geloso» al punto da impedirle di avere amicizie e di tenere rapporti saldi con la famiglia di origine, con continui controlli del cellulare per verificare i contatti. Costanti nel tempo sono state le offese («Mi denigrava nel ruolo di madre e di moglie» ha dichiarato lei agli inquirenti) e le minacce.
È emersa pure la violenza economica, dato che alla donna era impedito di lavorare. Il marito voleva tenerla in pugno, ma lei dopo anni di silenzio ha deciso di reagire: ha chiesto la separazione e raccontato tutto ciò che ha subìto negli anni di matrimonio. Ora l'uomo, un militare di 45 anni in servizio a Trento, assistito dall'avvocato Antonio Caimi, è stato rinviato a giudizio per maltrattamenti in famiglia, sia nei confronti della moglie che dei figli: a luglio partirà il processo con rito abbreviato.
Le indagini sono iniziate nel 2023 quando la quarantenne decise di avviare le pratiche per la separazione e denunciò i comportamenti del marito. Dagli accertamenti emerse una condotta ossessiva del militare, che oltre a pretendere di vedere le telefonate ed i messaggi contenuti nel cellulare della moglie, era solito controllare i chilometri dell'auto per verificare eventuali spostamenti. Pur di creare "un vuoto" affettivo attorno alla donna, raccontava ad amici e parenti che lei aveva comportamenti strani e che apparteneva ad una setta.
Non contento di denigrare lei, se la prendeva anche con i figli, all'epoca minorenni, in qualche occasione alzando le mani contro di loro, frequentemente offendendoli per il loro aspetto fisico. Una situazione che era diventata difficilmente sopportabile, e resa ancor più difficile dal "potere economico" che l'uomo esercitava verso la famiglia. «Per me puoi morire di fame e con te anche i bambini, perché soldi non te ne do. Mi licenzio» erano le parole che la donna si sentiva dire spesso. Lei in quel periodo, con i figli ancora piccoli, non lavorava e dipendeva dal marito; ed anche successivamente, quando stava per essere assunta come impiegata, era stata ostacolata nella scelta di trovarsi un impiego: «Tanto ti licenziano nel giro di tre mesi» le diceva il marito.
L'imputato puntava molto sul "fattore denaro" per umiliare la donna: allontanatosi dal Trentino per un paio di settimane (aveva fatto rientro nella sua regione d'origine) non aveva lasciato soldi alla donna per poter fare la spesa; agli atti c'è anche l'episodio in cui schiaffeggiò la moglie perché aveva saputo della richiesta di un finanziamento. Non sono mancate le scenate di gelosia, ad esempio quando accusò la donna di aver invitato persone in casa in sua assenza e quando si sfilò la fede e interruppe la vacanza tornando da solo in Trentino, solamente perché la moglie voleva salutare un collega. Nell'udienza di luglio verrà sentito uno dei figli, l'unico che sta dalla parte del padre. Ma.Vi.


