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TRENTO. Liste d’attesa ancora al centro del dibattito in sanità. A riaccendere le polemiche è la presa di posizione della Cgil del Trentino, che critica le soluzioni proposte dall’Azienda sanitaria per ridurre i tempi delle prestazioni. Secondo il sindacato, a distanza di due mesi dalle prime richieste di interventi strutturali, il problema resta irrisolto e, anzi, emergerebbe con maggiore evidenza il ricorso alle visite in libera professione rispetto ad altri territori.
Nel mirino della Cgil finiscono in particolare le misure organizzative ipotizzate nei reparti più sotto pressione, dove si punta ad aumentare le ore di attività e a ridurre il tempo dedicato alle visite, anche per le prime valutazioni. Una scelta che, secondo il segretario generale Alberto Bellini, può avere un senso solo in via temporanea, ma che non rappresenta una risposta strutturale al problema delle liste d’attesa.
«Ridurre il tempo visita – sottolinea Bellini – significa aumentare il carico di lavoro dei medici e degli operatori, ma anche abbassare la qualità delle prestazioni». Il rischio, evidenzia il sindacato, è quello di generare ulteriori accessi e accertamenti, dal momento che in tempi troppo stretti non sarebbe possibile completare adeguatamente la valutazione clinica o instaurare un rapporto efficace tra medico e paziente.
Per la Cgil, la strada da seguire è un’altra: aumentare il personale e rendere il sistema più attrattivo, evitando la fuga di professionisti e favorendo nuovi ingressi. «Portare i medici ben oltre le 40 ore settimanali, tra straordinari e libera professione, espone a burnout e riduce l’accuratezza delle cure», avverte il segretario. Allo stesso modo, l’intensificazione dei ritmi di lavoro rischia di allontanare ulteriormente chi potrebbe scegliere di lavorare in Trentino.
Altro nodo riguarda la possibile crescita delle seconde visite. Se le prime prestazioni risultano troppo brevi per fornire risposte complete, osserva il sindacato, si finisce per riprogrammare nuovi appuntamenti, alimentando nuovamente le liste d’attesa. Da qui la critica all’impostazione generale: «Si guarda ai numeri più che alla qualità dei servizi», conclude Bellini, chiedendo un cambio di paradigma che riporti al centro la tutela della salute.


