TRENTO. Ai costi esplosi a causa della crisi internazionale, si aggiungono ora le difficoltà di mercato dovute all'assalto di prodotti stranieri a basso costo. È la tempesta perfetta, che rischia di lasciare indietro macerie: «Se continua così, se non si fa qualcosa, noi non riusciamo a pagare il saldo. E se succede questo, sono a rischio fino a 30 stalle» annuncia Sergio Paoli, direttore di Latte Trento. Un nuovo scossone al mondo della zootecnia, già provato dall'estate difficile, dalla fienagione risicata per via della siccità, dalle predazioni di grandi carnivori aumentate.

A dare la botta finale ad un equilibrio già difficile è stato un mercato con regole non troppo stringenti. Quest'anno dall'estero è arrivata una quantità di latte alimentare importante, che ha trovato sbocco anche nella grande distribuzione. Latte a basso, a volte bassissimo costo, contro il quale quello trentino, stretto in disciplinari rigidi per garantire la qualità del prodotto, non può competere. Latte che ammicca ad un certo tipo di tradizione con il nome che sceglie – si chiamano Heidi, Malga Paradiso, Val Gardena – ma che viene dall'estero, con regole diverse. È sui banchi dei supermercati a 0,70 euro al litro. Latte Trento si trova a 1,3 euro se parliamo del latte a lunga conservazione Uht, e a 1,85 euro per il latte fresco alta qualità.

È evidente che si tratta di prodotti diversi: il latte fresco deve rispondere a regole precise, va munto ogni giorno, raccolto e messo in commercio entro 24 ore, deve garantire la filiera del freddo, deve essere trattato a 72 gradi per mantenere alta la quantità di nutrienti al suo interno, in termini di proteine e grassi deve garantire requisiti minimi, deve indicare la zona di mungitura. In poche parole: assicura qualità, ma questa qualità ha dei costi. In un momento in cui il consumatore fatica a fare i conti, tra stipendi che arrancano e inflazione che è tornata ad alzare la testa, non sempre si comprende la differenza.

Il risultato è una crisi del settore senza precedenti, perché arriva in un momento di costi alle stelle, per via della crisi internazionale. Ecco perché sembra una tempesta perfetta: «La situazione è gravissima. Noi abbiamo visto un calo dei ricavi del 7% – conferma il direttore di Latte Trento Sergio Paoli – e un aumento dei costi spaventoso, ad oggi di un milione di euro, per via dell'aumento prezzi di materie prime, trasporto, consegne, raccolta latte. Ma l'anno deve ancora finire».

E rischia che dal punto di vista dei costi la situazione peggiori, perché ora si vedono le conseguenze del prezzo del petrolio sui costi energetici in modo più pesante: la proiezione è avere aumenti di 200mila euro al mese da qui a fine anno. «Se continua così, non saremo in grado di pagare il saldo agli allevatori, e questo è un problema grave per molte aziende».

Delle 192 stalle che conferiscono a Latte Trento, e che rappresentano circa la metà del latte trentino, circa 80 conferiscono latte fieno per il Trentingrana, il resto è latte alimentare. Ma il peso economico della crisi è su tutti gli allevatori. Certo, chi conferisce per Trentingrana percepisce 7-8 centesimi in più, ma se la base è bassa è comunque bassa. «Hanno ricevuto un acconto, che non è alto, senza saldo è un problema».

Non ci gira intorno, Sergio Paoli. Servono sostegni, chiesti peraltro anche in Consiglio provinciale dalla consigliera del Patt Maria Bosin: «Una crisi così non la vedevo da anni, all'epoca dell'inizio della guerra in Ucraina erano esplosi i costi, ma i ricavi tenevano. Adesso no. E gli allevatori vanno verso un inverno in cui non hanno nemmeno fieno, perché la siccità ha rovinato la fienagione. Questa – conclude – è una bomba nucleare».