È un conto salato quello che, a quasi 22 anni dai fatti, la Sloi ha presentato allo Stato. La liquidazione della società, l'azienda di fatto non esiste più già dal 1979, ha citato in giudizio il Ministero dell'interno, in persona del ministro in carica, chiedendo un risarcimento di 20 miliardi - cifra che, con rivalutazione e interessi, lievita a quota 40 miliardi di lire - per l'illegittima chiusura dello stabilimento Sloi di Trento, dove, dopo l'incidente del 14 luglio del 1978, venne vietata a tempo indefinito ogni attività. La causa, patrocinata per conto della Sloi dall'avvocato Filippo Valcanover, è stata inserita a ruolo dal Tribunale civile per il 24 maggio prossimo.

Per molti anni di Sloi si è parlato solo per l'inquinamento che la produzione di piombo lasciò nei terreni su cui sorgeva lo stabilimento trentino. Le amministrazioni pubbliche, nonostante ripetuti proclami in tal senso, non hanno mai citato in giudizio i responsabili dell'inquinamento e oggi si preparano a sobbarcarsi parte dei 200 miliardi necessari complessivamente per bonificare le aree ex industriali di Trento nord.


La Sloi, invece, non perse tempo e sin dal 1982 promosse una causa che - è certo - costerà cara alle casse dello Stato. Questo perché nella causa civile non si discuterà sulla fondatezza delle ragioni avanzate dalla società chimica. La Sloi ha la legge dalla sua parte: la chiusura dello stabilimento, decretata il 15 luglio del 1978 dall'allora sindaco di Trento Giorgio Tononi, era infatti illegittima, come ha stabilito una sentenza pronunciata dalla Corte d'appello di Brescia nel giugno dell'anno scorso. A questo punto ai giudici trentini non rimane che quantificare il danno attraverso documenti, contabilità dell'epoca e perizie.


Nell'atto di citazione l'avvocato Valcanover ha "sparato" grosso: 20 miliardi, più interessi. Ma in realtà, se consideriamo le dimensioni dello stabilimento e il fatturato dell'azienda, la cifra non è poi così fuori dal mondo. Alla fine degli anni Settanta la Sloi dava lavoro ad un centinaio di persone e fatturava, esportando in tre continenti, una decina di miliardi all'anno di cui due erano di utili. L'improvvisa chiusura - sottolineano i legali dell'azienda - obbligò l'azienda a svendere tutte le sue attività.

I quasi 90.000 metri quadri su cui sorgeva il complesso industriale vennero ceduti a 1 miliardo e 650 milioni pari a 170 mila lire al metro quadro. Inoltre i ricorrenti lamentano che gli impianti dovettero essere svenduti a prezzi di rottame e così anche 20 cisterne ferroviarie e 400 grandi contenitori da trasporto su camion. La società perse tutta la clientela e vide decadere per inattività anche un brevetto di invenzione industriale. Infine si dovette procedere alla liquidazione del personale. Tutto questo - sottolinea ora la Sloi - a causa di un'ordinanza illegittima.


La vicenda ha forse un sapore paradossale, ma questo non toglie che la Sloi abbia diritto ad un risarcimento. E per cominciare i legali dell'azienda chiedono come "antipasto" un'ingiunzione esecutiva a carico del ministero di dieci miliardi di lire.