TRENTO. La Grotta del Ventennale nelle Dolomiti di Brenta torna ad essere riscoperta a circa vent'anni di distanza. Individuata per la prima volta nel 1994 dall'allora socio del Gruppo speleologico Sat di Lavis, Massimo Taufer, che stava partecipando a un corso di alpinismo al Rifugio Alimonta, dall'11 settembre di quello stesso anno la cavità cominciò ad essere esplorata e osservata da vicino. Capirla e studiarla significava comprendere anche l'ambiente montano circostante. Nonostante il grande interesse, le esplorazioni furono interrotte nell'ottobre del 2004, con la scoperta a meno 120 metri del punto più profondo nella discesa dei pozzi.

Ora, dopo oltre due decenni, il filo di questa storia è stato ripreso dallo stesso gruppo da cui tutto è partito. Dall'11 al 16 agosto scorso, infatti, gli speleologi di Lavis sono tornati per un nuovo campo esplorativo con 33 membri con lo scopo di comprendere lo sfruttamento della montagna e in particolare della risorsa acqua «che va valorizzato in quanto bene finito», spiegano Paolo Terzan, socio fondatore del Gruppo speleologico Sat di Lavis (fondato nel 1974), Michele Ravanelli, referente del gruppo e infermiere del soccorso alpino ed Emiliano Tomasi, uno dei partecipanti che per primo ha trovato un nuovo collegamento alla grotta.

Cavità che, ricordiamo, si sviluppa per 1.300 metri di lunghezza per un dislivello totale di circa 196 metri. «Siamo voluti tornare ad esplorare la grotta anche alla luce dei cambiamenti climatici - dichiarano - abbiamo notato che la cavità stava "respirando" perché sentivamo il passa di aria. Abbiamo potuto ripercorrere diversi inghiottitoi (buchi sul piano roccioso che scendono per diversi metri, ndr) che ora si sono svuotati, non essendoci più quella neve che nel frattempo si è sciolta. Questa cosa è impressionante».

L'ambiente, secondo i riscontri degli esperti, è cambiato, e non di poco. «Lo stesso ghiaccio fossile, e cioè ghiaccio antico stratificato, che per migliaia di anni si è mantenuto a una temperatura costante, si sta sciogliendo, modificandosi con il caldo. I passaggi tra i crepacci rocciosi ora stanno diventando di fatto "accessibili" per il riscaldamento globale, mentre un tempo erano completamente chiusi. Ritornare qui dopo vent'anni significa riprendere conoscenza del territorio e mappare pure il cambiamento climatico».

Tutti i nuovi rilievi infatti verranno depositate al catasto speleologico del Servizio geologico della Provincia. Lo scorso agosto, quindi, ogni gruppo, in base ai propri compiti, ha studiato la zona circostante la cavità, situata tra i rifugi Alimonta e Brentei alla quota di circa 2.420 metri: al termine dell'attività, numerosi sono stati i risultati raggiunti.

Fra questi, la scoperta di nuovi inghiottitoi e pozzi, ma soprattutto un nuovo ingresso alla grotta: un meandro che dall'esterno diventa un'ulteriore porta d'accesso. Non solo. La squadra che ha proseguito l'esplorazione della parte già nota, andando oltre il fondo e risalendo un pozzo, ha scoperto che la grotta si sviluppa ulteriormente. Risultati a cui, vent'anni fa, anche a causa delle attrezzature meno evolute, non era stato possibile arrivare. «Per questo non escludiamo a stretto giro, di tornare per nuove perlustrazioni».

All'esplorazione hanno preso parte Aleksandar Pavlovic, Alessandro Sebastiani, Alessandra Bassi, Alessia Pilati, Andrea Borsato, Anna Mosna, Carlo Mattedi, Chiara Andreolli, Daniele Sighel, Elisa Chini, Elsa Franzoni, Emiliano Tomasi, Francesco Pancher, Gabriele Santini, Gianluca Zanon, Giovanni Moser, Lorenzo Bordin, Luca Gandolfo, Luca Fontanabona, Luca Margoni, Maria Francesca Trombini, Michele Ravanelli, Milena Bonvicin, Milo Rossi, Nicola Coser, Nicola Marcon, Paolo Terzan, Rachele Larcher, Sara Vettorazzo, Serena Cristoforetti, Stefano Farinelli, Verena Tursan e Yari Rossi.