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TRENTO. La montagna non è più soltanto un luogo da raggiungere. Per qualcuno è diventata un prodotto da cercare, un'esperienza da consumare, una fotografia da portare a casa. A raccontarlo sono alcuni episodi che questa estate hanno riportato al centro il tema dell'overtourism in quota: i krapfen del rifugio Friedrich August diventati una meta virale e le macchinine telecomandate fatte correre tra gli escursionisti sul sentiero del Sorapiss. Due casi diversi, ma un'unica domanda: che cosa resta della montagna quando ciò che la circonda diventa attrazione?
Il caso dei krapfen mostra la velocità con cui i social possono cambiare il volto di un luogo. Il rifugio li prepara da quarant'anni e dal rifugio dichiarano: «Noi li abbiamo sempre fatti, solo perché due anni fa qualcuno ha messo la foto è uscita la polemica». Non è il dolce il problema. È il meccanismo che può trasformare una consuetudine in una destinazione: una fotografia diventa un invito e un prodotto finisce per diventare il motivo della salita. È la logica dell'overtourism, che concentra i visitatori negli stessi luoghi e mette sotto pressione l'ambiente e le comunità locali.
L'altro episodio arriva dal sentiero 215, tra il Passo Tre Croci e il lago del Sorapiss, dove due adulti hanno fatto correre macchinine telecomandate tra gli escursionisti. Un'immagine quasi surreale, che però racconta una trasformazione profonda: la montagna rischia di diventare uno spazio nel quale portare la stessa logica dell'intrattenimento che si trova a valle. «Perde un po' il significato profondo perché se siamo costretti a far arrivare orde di turisti in montagna facendo queste cose lo scopo non è e non deve essere questo», osserva Franco Tessadri. «Bisogna che tutti capiscano cos'è la montagna, il suolo, l'agricoltura, la neve, se poi diventa il mercato del turismo».
Franco Tessadri parla da chi la montagna la vive senza bisogno di costruirci intorno un'esperienza: «Io che abito a Trento basta che esco di casa e ho tutto ciò che cerco. Non ho bisogno di funivie, alberghi, vivo la montagna e vivo la natura e il turista potrebbe fare altrettanto. Nel fondovalle è giusto che ci siano servizi decenti e ben integrati nel territorio. Se si sale di quota bisognerebbe rinunciare a qualcosa e usare di più le gambe», afferma.
È una questione di misura, dunque, e soprattutto di limite. «Nel futuro non la vedo positiva, bisogna rivedere questo sistema. Non vale solo per la montagna ma bisogna salvaguardare tutto il nostro territorio e insegnare la cultura del limite», conclude Franco Tessadri.
Giorgio Daidola, già docente al Dipartimento di Economia e Management a Trento e maestro di sci, aveva immaginato una «montagna per tutti». Oggi ammette: «Visto quello che è capitato mi rimangio tutto quello che ho detto». Perché quella montagna rischia di essere diventata qualcosa di diverso. «Ormai viene vista come un luna park costruito in quota», dice Giorgio Daidola. «Sono tutte cose artificiali che non corrispondono alla montagna per tutti che volevo io». E il paragone è netto: «È come andare a Gardaland».
Non cambia soltanto ciò che si fa in quota, ma anche il modo in cui la si attraversa. «La montagna estiva che era legata all'escursionismo e a un'attività libera, oggi sta diventando artificiale», spiega. «Si cerca di trasformare il più possibile i sentieri in strade magari in terra battuta».
Per Giorgio Daidola un altro rischio è che la comodità sostituisca l'esperienza: «la montagna non è un gioco. La montagna deve essere per chi la apprezza per i suoi valori intrinseci e non per questi giochi che vengono importati in montagna dalle logiche aziendali. Ormai i rifugi sono diventati ristoranti in quota ma questo non ha a che fare con il vivere la montagna».
Per Giorgio Daidola, infatti, il problema è anche il modello che sostiene questa trasformazione: «fa parte del comfort legato al modello aziendale che vuole tutto già organizzato e pronto invece il bello di vivere la montagna in modo libero deve essere organizzarsi da sé e impegnarsi sempre mantenendo presente i valori della fatica e del rispetto», conclude.
Il turismo, però, non può essere cancellato dal quadro. La questione è come governare i flussi senza trasformare ogni luogo in un'attrazione e ogni esperienza in consumo. Krapfen e macchinine sono soltanto due episodi. Il tema è una montagna che rischia di perdere la propria specificità mentre diventa popolare. Non una montagna da chiudere, ma da frequentare con consapevolezza. Renderla accessibile non significa renderla uguale a ciò che sta a valle, ma accettare che, per vivere la montagna, non tutto debba essere facile, immediato e pronto all'uso.


