TRENTO. Aveva assunto con regolare contratto alcuni operai stranieri, dato loro vitto (presso un ristorante convenzionato) e alloggio (in un appartamento con cucina) per poi trovarsi a processo per caporalato. E ciò dopo aver pagato oltre 50mila euro di contributi per regolarizzare una situazione che era dovuta ad una scelta organizzativa imposta dagli stessi lavoratori. È la parabola discendente vissuta da un quarantenne imprenditore edile della val di Sole, che solo dopo due anni di processo ha visto cadere le accuse: la piena assoluzione è arrivata nei giorni scorsi, a quattro anni dai fatti contestati.

«Ho sempre trattato con rispetto e correttezza gli operai» ha sostenuto l'uomo fin dall'inizio, spiegando di essere stato costretto ad avere collaboratori con partita Iva. «Lavorano come artigiani autonomi: non per scelta mia, ma per loro indicazione, e talvolta per loro imposizione». Attorno a questo punto è ruotato il processo per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. L'imprenditore era stato accusato da alcuni suoi collaboratori romeni per aver decurtato dal loro stipendio un importo pari ai contributi che doveva versare per le assunzioni.

E ciò «approfittando dello loro stato di bisogno e dietro minaccia di licenziamento». Bisogna tuttavia fare un passo indietro per comprendere la complessa vicenda. Come è emerso nel corso del processo, tutto sarebbe nato dall'iniziativa di uno dei lavoratori: l'uomo, che era stato regolarmente assunto come capo squadra, dopo essersi licenziato aveva chiesto di proseguire l'attività come artigiano autonomo. Una soluzione che venne successivamente adottata anche da altri operai perché a loro conveniente: il compenso era più elevato rispetto allo stipendio da dipendente, in quanto gravavano su di loro i versamenti contributivi e previdenziali.

L'imprenditore, che aveva parecchie commesse legate ai lavori edili del 110% e necessitava di manodopera, era stato costretto ad accettare la proposta. Tuttavia l'Ispettorato del lavoro, a seguito di un controllo, aveva ritenuto che quei rapporti dovessero essere qualificati come lavoro subordinato. Per regolarizzare la posizione dei lavoratori, l'imprenditore dovette versare i contributi arretrati, oltre a sanzioni e oneri per una somma superiore ai 50 mila euro; per tentare di recuperare parte di quel denaro, aveva poi chiesto ai lavoratori di venirgli incontro, dato che avrebbe coperto lui i mesi di collaborazione esterna consentendo loro di risparmiare i versamenti. Ed aveva iniziato a decurtare dai loro stipendi alcune voci. I rapporti tra le parti a quel punto si incrinarono e partirono le denunce, non solo per questioni lavorative civilistiche, ma anche per sfruttamento. Nel dibattimento è emerso tuttavia che i lavoratori disponevano di un appartamento confortevole, con vitto e alloggio a carico dell'azienda e godevano dei periodi di riposo previsti: nulla a che vedere con il "caporalato".

L'imputato è stato prosciolto. «Il processo ha finalmente ricondotto i fatti alla loro reale dimensione - commenta il legale dell'imprenditore, l'avvocato Giuliano Valer - Tra un illecito amministrativo e un delitto c'è la stessa distanza che separa un'ombra dalla persona che la proietta. Le accuse gravi hanno un privilegio pericoloso: entrano in aula già vestite da verità. Il processo è servito a spogliarle degli abiti retorici e a riportarle alla misura dei fatti».