TRENTO. “Ottavia è fortissima e il suo apporto alla ricerca speleologica è insostituibile. Intervenire nel suo salvataggio è stato impegnativo, ma quando ho saputo che era stata estratta ho provato una gioia enorme”. Michele Ravanelli è l'infermiere trentino che ha fatto parte di una delle squadre di soccorso che si sono prese cura di Ottavia Piana, la speleologa bloccata per quattro giorni nell'Abisso Bueno Fonteno presso Bergamo.

Per Michele, si sono trattate di 21 ore consecutive di intervento, fino allo stremo delle forze. Fatiche tuttavia ripagate dal sapere che Ottavia Piana è salva. E a chi, soprattutto online, straparla dei costi del recupero accusando Ottavia di imprudenza (costi del recupero coperti, per altro, dall'assicurazione), Michele risponde: «Queste persone mancano di rispetto verso una straordinaria esploratrice. A lei sono capitati degli incidenti come possono capitare anche ad una guida alpina molto esperta».

Trentaquattro anni, Michele ha svolto un percorso formativo che lo ha qualificato come tecnico di soccorso speleologico: «La sera dell'incidente ho ricevuto una pre-allerta da parte del capo-stazione. La mattina alle 6, c'è stata la partenza. Con il mio gruppo, sono entrato in grotta alle 10.30, rimanendovi 21 ore. Il recupero in grotta è stato molto lento. Non conoscevamo le condizioni di Ottavia, sapevamo solo che era ferita e si temeva il peggio. D'altronde non è facile comunicare con il fondo di un baratro profondo 4 chilometri, le informazioni vengono passate a staffetta dalle persone coinvolte nel soccorso».

L'intervento viene svolto a gruppi e quello di Michele era il terzo di sei. «Ad Ottavia era stata posizionata sotto il corpo una sorta di tavola spinale, per ridurre al massimo i movimenti e il rischio di lesioni. L'abbiamo condotta, passo dopo passo, metro dopo metro, tenendo conto delle incertezze del percorso, che a ogni passo può cedere, e dei dolori di Ottavia, che ha dimostrato un'enorme tempra e una straordinaria lucidità. Anzi era lei a guidarci, riconoscendo le varie "sale" e i dettagli del percorso».

Il punto in cui la speleologa è caduta si trova ad appena 200 metri dalla superficie in linea retta, ma nella realtà si trattava di un percorso di oltre 3 chilometri, lunghissimo e doloroso. «La risalita è durata 3 giorni ad un ritmo di 15 metri l'ora: pensiamo a cosa significhi passare 3 giorni immobilizzati su una barella, con le ossa rotte e i pensieri più paurosi. Ma Ottavia non si è mai data per vinta, è straordinaria».

Alle 8.30 del giorno successivo, Michele e i suoi compagni sono riemersi. «Abbiamo lasciato Ottavia al gruppo di soccorso successivo. Una volta uscito dalle cavità del terreno, la fatica, la fame, la sete, si sono fatte sentire tutte di colpo e sono andato a riposare, completamente "spremuto". Quando finalmente ho saputo che Ottavia ce l'aveva fatta, ho provato una gioia profonda e un enorme sollievo».

Michele spiega come ciò che caratterizza gli speleologi sia un profondo spirito di gruppo: «Una volta che ti trovi dentro una grotta nelle profondità del sottosuolo, dove la rete telefonica non prende e non si possono chiamare i soccorsi con facilità, sei solo tu e i tuoi compagni. Si creano legami molto forti».

Dai resoconti sembra che Ottavia non voglia più proseguire nelle attività speleologiche, ma Michele smentisce: «Credo le sue intenzioni siano state travisate, non ha espresso il desiderio di non tornare più. Mi dispiacerebbe tanto, il suo contributo è essenziale e sono convinto che tornerà in grotta. È fortissima sia fisicamente sia psicologicamente».

Nei giorni successivi non sono mancate polemiche da parte soprattutto dei soliti leoni da tastiera che contestano alla speleologa una presunta imprudenza: «Mancano di rispetto e comprensione verso di lei e verso la ricerca scientifica che si basa sull'esplorazione. Quelli della speleologia sono spazi in cui l'essere umano sfida sé stesso per migliorare la comprensione della geologia. I leoni da tastiera mancano di rispetto verso chi indaga ed esplora sempre nuovi limiti per perfezionare la conoscenza».