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TRENTO. «Queste cose non devono più accadere», tuona l'assessore Mario Tonina nel commentare il caso della bambina di un anno di Cortina d'Ampezzo finita all'ospedale di Padova in gravi condizioni e ora dimessa, presumibilmente per aver mangiato formaggio a latte crudo contaminato da Escherichia Coli Stec e prodotto dal caseificio di Predazzo e Moena. L'assessore si dice pronto a nuove azioni. «Nei prossimi giorni insieme alla collega Zanotelli incontreremo ancora i presidenti dei caseifici insieme al presidente del Concast (consorzio caseifici sociali trentini) per un aggiornamento del lavoro fin qui portato avanti e per valutare nuove formule e accorgimenti per limitare ulteriori possibilità di contaminazione».
L'assessore ha rammentato che il Trentino ha iniziato da tempo a garantire azioni concrete contro queste contaminazioni. «A maggio era stata fatta una riunione con i direttori dei caseifici per ricordare loro i percorsi giusti e corretti. È stata organizzata una campagna informativa proprio per informare che chi consuma quel tipo di prodotto deve avere delle accortezze, soprattutto nei riguardi dei bambini. Quanto accaduto in Val di Non deve aver insegnato qualcosa. Sappiamo che a livello nazionale stanno lavorando su una legge proprio su questo tema». Dal punto di vista sanitario il direttore dell'Apss Antonio Ferro ha ricordato che il latte crudo o il formaggio derivante da latte crudo non deve essere assunto dai bambini sotto i 10 anni, perché un possibile rischio c'è sempre anche se in Trentino i controlli non mancano.
Va informata la popolazione. I genitori, ma anche i nonni visto che in questo caso il formaggio era stato dato alla piccola proprio dal nonno.Roberto Tezzele, direttore dell'Unità operativa di Igiene e sanità pubblica veterinaria ha ricordato che il sistema trentino prevede, unico in Italia, che tutte le cagliate vengano controllate per verificare l'eventuale presenza di questo batterio e che solo le cagliate che non presentano contaminazioni possono esser commercializzate. «Le altre devono essere segregate e commercializzate solo dopo ulteriori analisi che dimostrino che la stagionatura è stata sufficiente per eliminare il batterio. Questo schema è stato applicato negli ultimi due anni dai caseifici più grandi e nell'ultimo anno anche da quelli più piccoli e nelle malghe.
Sicuramente con questo sistema abbiamo evitato che venisse messo in commercio formaggio con questo batterio perché il 4-5% delle partite è positivo e quindi queste non vanno sul mercato. Questa azione ha ridotto la possibilità di manifestarsi di casi clinici ma purtroppo non al 100%. Ora stiamo facendo degli accertamenti per verificare se, nel caso in questione, le procedure sono state seguite correttamente o se c'è stato qualche errore».Tezzele ritiene difficile che possa esserci stata una contaminazione successiva del formaggio acquistato presso un negozio di Cortina. «Stiamo verificando se le procedure sono state rispettate in tutte le fasi della produzione - ribadisce - ma è importante che i genitori siano informati del fatto che non devono dare questo tipo di prodotto ai bambini piccoli. Questa è la vera prevenzione».


