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TRENTO. Dopo vent'anni di precariato, è riuscita finalmente ad ottenere la cattedra in un liceo trentino, superando il concorso a pieni voti con un punteggio pari a 100 su cento. Eppure, la prima posizione dell'insegnante in questione è slittata in graduatoria, essendo stata superata da una collega (con un punteggio nettamente inferiore) che ha presentato la certificazione 104, avendo un genitore con dei problemi di salute che necessitava di assistenza.
Fin qui, tutto lecito e nella norma, se non per il fatto che anche la prima classificata era in possesso della stessa certificazione per un famigliare convivente a suo carico con gravi problemi di salute. Potendo utilizzare la certificazione una volta soltanto in un certo lasso di tempo, la ricorrente aveva deciso di non presentarla in sede di chiamata, nel giorno in cui, in Provincia, venivano stabilite le assegnazioni dei posti a scuola, ben sapendo che lei aveva ottenuto un ottimo punteggio, e che la sua collega, con un certificato in scadenza, non lo avrebbe ripresentato per ottenere il posto.
In sostanza: la prima in lista ha dovuto accettare il posto fisso in un istituto a circa un'ora e mezza da casa sua, anziché quello a cui sarebbe stata assegnata, a mezz'ora di strada.Il delicato caso è emerso da una sentenza del Tribunale amministrativo regionale di Trento, a cui è stato sottoposto non tanto il nodo sulla 104 (quindi a chi spettasse quel primo posto o meno), quanto il negato accesso agli atti da parte della Provincia che non ha permesso alla prima classificata di poter vedere la documentazione richiesta in vista di un eventuale ricorso. Nonostante le continue sollecitazioni infatti, Piazza Dante ha risposto solo picche, non ritenendo che la professoressa «abbia subito alcun pregiudizio tale da conferirle un concreto interesse, in merito alla richiesta di accesso agli atti avanzata per asserite esigenza di difesa in giudizio».
La professoressa, dunque, non aveva fatto i conti con il certificato della collega. Ma a quel punto, troppo lontana geograficamente per quel posto di lavoro, anche viste le sue condizioni famigliari, ha dovuto utilizzare la certificazione, riuscendo ad ottenere un'assegnazione provvisoria nella stessa città di residenza. Di fatto, «una situazione temporanea di durata annuale senza certezza di rinnovo», rimanendo di ruolo nella sede principale assegnata, si legge nella sentenza.Così la donna, attraverso l'avvocata Maria Cristina Osele, ha fatto ricorso al Tar per riuscire a mettere le mani sulla documentazione che le veniva negata, chiedendo, oltre alla copia integrale della certificazione 104 (ottenuta prima della sentenza del Tar), anche il verbale della seduta di convocazione (inesistente perché mai redatto) e il contratto di lavoro stipulato con la collega. Con la sentenza del 15 dicembre scorso, i giudici amministrativi hanno bacchettato la Pat, ordinando di consegnare la documentazione mancante e il pagamento di più di mille euro. Nel dispositivo i giudici hanno invocato il diritto al cosiddetto accesso difensivo «a documenti amministrativi la cui conoscenza sia necessaria per curare o per difendere i propri interessi giuridici».


