TRENTO. Il caso del cinquantenne no-vax, giunto in gravi condizioni al Santa Chiara per una infezione da Covid, poi deceduto per aver rifiutato di essere sottoposto a intubazione in Terapia Intensiva, sta facendo il giro d’Italia, ed è riportato dai principali media nazionali.
Il caso, che è stato confermato dall'Azienda Sanitaria di Trento, riguarda il paziente trentino accolto con un'insufficienza respiratoria, che secondo i medici poteva essere curata con l'ossigeno.

Abbiamo chiesto al responsabile della Rianimazione, il dottor Daniele Penzo, che cosa succede in queste situazioni. «Ovviamente - ci dice - cerchiamo di convincere il paziente che la non possibilità di aumentare l'assistenza può pregiudicare anche la loro sopravvivenza, cerchiamo di farci aiutare anche dalla famiglia. Ma è chiaro che, nel momento in cui viene rifiutato qualsiasi ulteriore trattamento, noi abbiamo il dovere di rispettare questa scelta».

Infatti la legge italiana consente al paziente di rifiutare le cure. E in quel caso scatta la procedura del «consenso informato»: il malato, messo chiaramente al corrente delle conseguenze, può rifiutare, ma allora il diniego registrato dal personale sanitario. Legalmente, il malato può rifiutare le cure. Ma le conseguenze della scelta sono sue.

Al momento, in Trentino, come riferito la scorsa settimana dal dirigente facente funzioni dell’Azienda Sanitaria dottor Ferro, l'80% dei ricoverati Covid in Terapia Intensiva (a Trento e Rovereto) non è vaccinato, e ci sono ancora in provincia circa 70 mila persone che non hanno fatto né prenotato nemmeno la prima dose.