TRENTO. La stagione venatoria 2026 è partita questa settimana in Trentino con l'apertura della caccia al camoscio, mentre per le altre specie bisognerà attendere il 6 settembre. La Provincia ha stabilito un contingente complessivo di oltre 3.600 camosci abbattibili, dei quali 590 nell'ambito della strategia di contrasto alla rogna sarcoptica.

La malattia, monitorata in Trentino dal 2001, continua infatti a condizionare la gestione della specie. La determinazione del Servizio faunistico, diretto da Alessandro Brugnoli, definisce per il 2026 i prelievi sulla base dei censimenti, dell'andamento dell'epidemia e delle proposte elaborate dall'Associazione Cacciatori Trentini, presieduta da Matteo Rensi.

La strategia contro la rogna sarcoptica prevede di modulare gli abbattimenti nelle zone interessate per ridurre la densità degli animali e limitare la diffusione del parassita. I capi colpiti dalla malattia non sono destinati al consumo. Secondo Rensi, la popolazione complessiva di camosci resta comunque in salute: dagli anni Settanta sarebbe passata da circa 5 mila esemplari agli oltre 30 mila attuali. «Significa che i controlli e i prelievi sono stati fatti correttamente», sottolinea.

Dei 590 prelievi legati alla rogna, 109 riguardano il Latemar, 89 l'Ato Croce e 185 il Lagorai. Altri 13 sono previsti nelle Vette Feltrine, 31 sul Monte Corno e 168 nell'Ato Cima d'Asta, entrato quest'anno per la prima volta tra gli ambiti interessati dall'epidemia.

Il Servizio faunistico ha fissato anche le quote per le altre specie nelle 209 riserve di caccia del Trentino: sono previsti circa 8.500 cervi e 5.000 caprioli. Resta escluso lo stambecco, che attualmente non è una specie cacciabile.