TRENTO. In sei anni il Trentino ha perso 143 bar. Le attività sono passate dalle 1.591 del 2019 alle 1.448 del 2025, con una flessione del 9% e un impatto economico stimato da Confesercenti in circa 43 milioni di euro. È il quadro che emerge dall'analisi dell'associazione sui dati InfoCamere. Oggi sul territorio provinciale ci sono circa 2,4 bar ogni mille abitanti, contro i 2,7 di sei anni fa.

Il fenomeno è ancora più evidente a Trento, dove nello stesso periodo sono scomparsi 31 esercizi, passando da 319 a 288: un calo del 9,7% al quale viene associata una perdita economica di circa 9 milioni di euro. «Quando un bar chiude, il danno non è solo economico: le città e i centri storici perdono attrattività e la comunità perde un punto di incontro», sottolinea Federico Rigotti, presidente Fiepet del Trentino.

Dietro alle chiusure, secondo Confesercenti, c'è un insieme di cause: aumento dei costi di energia, materie prime, affitti e lavoro, conseguenze della pandemia, diffusione dello smart working e cambiamento delle abitudini di consumo. A pesare sono anche la riduzione del potere d'acquisto delle famiglie, la carenza di personale, le difficoltà nel ricambio generazionale e, soprattutto nei centri urbani, il peso crescente degli affitti e degli altri costi fissi.

Confesercenti punta ora sulla proposta di legge di iniziativa popolare dedicata alla rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità. Per portare il testo in Parlamento servono 50mila firme entro il 25 novembre. Dopo i gazebo organizzati a Trento il 17 e 24 settembre, la raccolta proseguirà a Borgo Valsugana il 30 settembre. L'obiettivo, spiega Rigotti, è mettere a disposizione di Comuni e Province nuovi strumenti per contrastare un fenomeno di chiusure diventato ormai strutturale.