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TRENTO. «Lui li chiamava “cantieri”. E ne aveva un po’ in tutto il Trentino. Girava, studiava, fotografava. Poi a casa valutava dove fosse possibile aprire nuove vie. E tornava a mettersi al lavoro». È morto in uno dei suoi “cantieri”, Franco Sartori, come ricorda l’amico Pietro Rossi, l’avvocato clesiano che guida la scuola di alpinismo e scialpinismo nonesa intitolata a Giorgio Corradini. Rossi ha condiviso con Sartori innumerevoli uscite, escursioni, ascese.
«I ricordi si affollano, sono tantissimi. Franco aveva iniziato come tanti ragazzi e tante ragazze della zona con la Sat di Fondo, poi era scoppiato l’amore per la roccia. Aveva fatto il corso e aveva iniziato a seguire i vecchi, i più esperti, concentrandosi sulla ripetizione di vie, prima di mettersi ad aprirne». Una passione irrefrenabile: «Franco era di quelle persone che non poteva stare senza montagna. Era sempre pronto a proporti uscite, escursioni, arrampicate e se non trovava qualcuno nella cerchia di amici era pronto a trascinare con sé chiunque. O anche ad andare da solo, come purtroppo è accaduto mercoledì».
La morte di Sartori rappresenta la perdita di un amico, ma anche di un riferimento sicuro per la scuola Corradini: «Ha vissuto la nostra realtà in tutti i modi. Prima frequentando i corsi, poi tenendoli: era stato direttore e vicedirettore di tantissimi corsi negli anni, dopo essere diventato istruttore regionale di alpinismo del Cai. Tra il 2000 e il 2010 penso che negli anni abbia davvero perso pochi momenti proposti dalla scuola. Poi con il tempo, l’impegno era calato, ma non certo perché fosse passata la voglia. Era stato invitato nel Club degli accademici (una delle sezioni del Cai che raccoglie alpinisti distintisi per la propria esperienza e le proprie capacità, ndr) e doveva occuparsi di convegni e corsi in quell’ambito. Ma l’amore per la ricerca era sempre lo stesso. Il Brenta settentrionale era il suo regno, le zone di Tovel, Campa, malga Tuena. Ma spaziava senza porsi limiti. Aveva aperto via sul Pisciadù, nel Sella aveva lavorato molto anche con altri alpinisti del calibro di Ivo Rabanser, ad esempio».
Tante, tantissime vie: solo qualche nome, che senz’altro agli appassionati diranno molto: via del Gregge che bela, via emozioni d'autunno a cima Tuena; via Strada Interrotta, via ricordando l'uomo del Torre sul Castel Alto dei Massodi; via Exploring new rocks e viaTitanic a cima Cornella, nelle cime di Vigo; via Classico e Moderno sul Croz dell’Altissimo. «Non si fermava mai. Girava, esaminava, studiava, provava. Pensava a tutto lui, realizzava da solo anche i chiodi molto spesso, con la sua infinita voglia di aprire nuovi itinerari che si concentrava spesso su pareti meno note, con tutte le fatiche e difficoltà conseguenti. La sua era davvero una passione indomita, quando ancora non era conosciuto, si univa a compagni occasionali che doveva aiutare in maniera completa per completare l’ascensione che, rimaneva per loro un’impresa da ricordare. Franco era una di quelle figure uniche che ora mancherà a tutti».


