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TRENTO. Le province di Trento e Bolzano contano oltre seimila lavoratrici e lavoratori irregolari, impegnati nel settore agricolo, dell'allevamento e del comparto alimentare di lavorazione e macellazione delle carni. Nel solo Trentino, sono quattromila. Ma i numeri della nostra regione non sono così diversi da quelli di altre realtà: in Piemonte i lavoratori irregolari sono tra gli otto ed i diecimila, tanti quanti in Basilicata mentre in Calabria si raggiungono anche i dodicimila. Dati questi che emergono con chiarezza dal settimo "Rapporto agromafie e caporalato": documento di portata nazionale realizzato dall'Osservatorio Placido Rizzotto e curato dalla Flai Cgil, che spinge a riflettere sulla strutturalità dei fenomeni di sfruttamento e che spesso si intrecciano anche con la criminalità organizzata. E senza dimenticare la burocrazia e le tante leggi complesse che, come sottolineato dagli addetti ai lavori, purtroppo incentivano le attività irregolari anziché ridurle. Questa comunque non è ovviamente una giustificazione. E durante la serata di ieri, promossa dal sindacato nell'ambito della Settimana dell'Accoglienza, con analisi e testimonianze dirette il fenomeno è stato preso in considerazione sotto molti punti di vista.
«I numeri fanno impressione, ma occorre ampliare lo sguardo per capire bene di cosa stiamo parlando - ha spiegato Juri Frapporti, segretario generale della Flai Cgil del Trentino. - In Trentino, a fronte di duemila operai a tempo indeterminato nel comparto agricolo e industriale ad esso collegato, nel momento della raccolta delle mele e della vendemmia arrivano oltre ventimila lavoratori stranieri a tempo determinato. Persone che non vengono più solo da Paesi vicini al nostro, come Albania, Romania o Polonia, ma soprattutto da India, Pakistan e Bangladesh. E questo perché chi proveniva da zone europee, una volta capito che il settore non è remunerativo, si è orientato altrove come ad esempio verso il comparto dell'edilizia. Il problema riguarda soprattutto il permesso di soggiorno: chi arriva nel nostro Paese e sul territorio trentino, purtroppo, spesso non capisce una parola della nostra lingua. Vengono convinti con false promesse, ma una volta qui rischiano di trovarsi senza nulla. Ecco allora che la formazione e l'informazione, per questo, sono fondamentali».
Il ruolo del sindacato, ha aggiunto quindi Frapporti, vuole essere quello di porsi come punto di riferimento per dare a queste persone gli strumenti per potersi formare e conoscere così le situazioni a cui stanno andando incontro. «Cos'è un contratto, cosa prevede, quali sono gli obblighi di salario, di salute o sicurezza previsti: tutto questo è disciplinato e normato, non può essere il datore di lavoro a decidere in autonomia - ha concluso il portavoce della Flai Cgil. - Il nostro vuole essere un lavoro di sorveglianza. Le realtà trentine sono mediamente piccole e quindi alcune, avendo poco terreno e tempi sempre più stretti per la raccolta, ricorrono a scorciatoie che possono sfociare nell'illegalità».


