La cabina rossa schiacciata contro il prato giallo. Il pesante carrello vicino, infitto a terra. Alcune lamiere sparse sulla radura bruciata dal gelo. La grossa fune portante, e il suo solco, disegnano l’arco concavo della valle. La fune traente tesa ad arco di contro all'orizzonte. Soprattutto le chiazze di sangue che da vermiglie si sono fatte brune.


Qui, tra le 17.10 e le 17.15 di ieri è piombata una delle vetture della funivia Cavalese-Cermis uccidendo 42 persone, vale a dire tutti coloro che si trovavano a bordo tranne una ragazza milanese. Più su, verso il primo pilone, c'era la fune spezzata, slabbrata a schegge di granata. Il suo colpo di frusta è stato violentissimo. Ha contribuito a disintegrare la cabina.


È la più spaventosa tragedia che mai abbia colpito un impianto funiviario d'Europa, sicuramente dell'Arco alpino. Un numero così impressionante di vittime si ritrova, almeno nella nostra regione, nei bombardamenti aerei dell'ultima guerra oppure nelle epidemie di colera o di peste bubbonica che devastarono le valli negli ultimi tre secoli. Nemmeno gli eventi naturali — esclusi taluni apocalittici scoscendimenti verificatisi nelle Alpi in epoca storica — hanno raggiunto tali impressionanti dimensioni. Solo quando la mano dell'uomo è intervenuta nella natura, ed è il caso del disastro del Vajont, l'ammonimento che ha dovuto pagare la comunità, innocente, è stato abnorme.


L'alluvione del 1966 ha sconvolto intere regioni trentine causando poco più di 20 morti. Nel Natale del 1956 un aereo finito contro il Giner uccise 21 persone. Qualche tempo dopo un autopullman di turisti austriaci precipitò nella val d'Ega e quasi tutti perirono. Molti anni prima, nel 1947, un'autocorriera che scendeva dal Bondone sotto l'imperversare del maltempo si rovesciò nel castagneto seminando molte vittime. Sul terrazzo del Pra del Teta, presso i masi omonimi, in sponda sinistra Avisio, le vittime sono tante da rendere increduli gli stessi pochi testimoni della sciagura. Una sciagura meccanica. Inattesa. Befarda. La vita attaccata materialmente al filo. Sembra perfino un cupo simbolo religioso medioevale.


Stasera il vento spazza quelle prode che il tramonto, solitamente cordiale, ha reso perfino sinistro. Perché? Perché è accaduto? Perché l'età media di coloro che si trovavano nella trappola metallica non superava i 20 anni? Perché i filosofi dicono che l'innocenza fa fermentare la terra e che la noia mette il fuoco nel ventre? Perché è accaduto? E perché proprio a Cavalese, su di una funivia tradizionale sì, ma «pulita», in una zona, il Lagorai, che ha mantenuto la sua personalità e che vedeva in quell'impianto la sua presenza, per lo meno «esterna» al carosello miliardario, disumanizzante, delle vicine Dolomiti? Sono gli interrogativi che abbiamo portato con noi nell'ansia del correre da un posto all'altro, per trovare una risposta che tranquillizzasse si
la nostra curiosità di giornalisti, ma soprattutto il nostro sbigottimento di uomini. Perché?


Vano è cercare ora una risposta che, per lo meno, tranquillizzi o faccia giustizia. Stasera ci sembra di essere diventati un blocco di ghiaccio.