La denuncia di una diciannovenne: «Diceva di amarmi ma era un violento»
La ragazza, che vive in Valsugana, ha avuto il coraggio di rivolgersi ai carabinieri: "Mi ha manipolata. Ora lui è a processo per stalking"
TRENTO. Un amore tossico scoperto appena in tempo, ad un passo dal baratro. Anna, nome di fantasia, era poco più che maggiorenne quando ha incontrato quel giovane, più grande di lei di 10 anni, che le ha fatto perdere la testa. Lui diceva di volerle bene, ma in realtà intendeva dominarla, sottometterla psicologicamente. Ciò è avvenuto una parola alla volta, giorno dopo giorno. Finché la ragazza non ha iniziato a stare male: il medico di base le ha diagnosticato una grave depressione con ansia e somatizzazioni.
«Avevo 19 anni, non ero matura. Mentre lui, avendo dieci anni in più, è stato capace di farmi cambiare testa - spiega Anna - Era il mio primo amore, l'ho idealizzato non vedendo la reale persona che era. Sono entrata in un circolo vizioso: mi faceva credere di essere l'unica persona che poteva aiutarmi ad andare avanti. Aveva fatto in modo che io dipendessi da lui, allontanandomi dai miei amici, facendomi frequentare solo la sua compagnia. Lui è un manipolatore: raccontava bugie, mi minacciava».
L'ex fidanzato, trentenne residente in Valsugana, è ora a processo per stalking. «Mi diceva che lui era l'unico a volermi bene, perché la mia famiglia mi considerava un'alcolizzata. Questo non era vero, ma io a quel punto ero già persa. Da solare ero diventata taciturna. Per due anni non ne ho parlato con nessuno perché avevo paura di non essere capita. Chi è dentro il tunnel non se ne accorge, ma io devo tutto alla mia famiglia, ai carabinieri di Borgo Valsugana e al Centro antiviolenza». La madre, vedendo la ragazza così cambiata, ne aveva parlato con il medico di base, che conosce bene Anna. È così iniziato un "monitoraggio" a distanza. «Io stessa ad un certo punto mi sono accorta che c'era qualcosa che non andava. Ma non in me, in lui: era diventato molto aggressivo e io estremamente vulnerabile».
Un incidente in auto, per fortuna senza conseguenze gravi per Anna, rappresenta la svolta. La ragazza viene visitata e il medico, capendo il disagio di lei, la invita a prendersi un attimo di pausa, a fare un viaggio. Insomma, ad allontanarsi da quel luogo e dal quel ragazzo. Anna si fa coraggio e parte per un'altra città. Lui non riesce a farsene una ragione e la contatta sui social attraverso profili con nomi falsi e sul telefonino utilizzando numeri di amici. Non sono mancati gli episodi di violenza. «Spesso mi strattonava quando eravamo soli e mi colpiva con pugni. Una volta mi ha strappato i vestiti, un'altra mi ha sbattuto la testa contro il muro».
Dopo due anni di tormentata relazione, Anna si rivolge ai carabinieri. Ed è scattato l'ammonimento nei confronti dell'ex. Quest'ultimo però non si rassegna e, per cercare di trattenerla al suo fianco, finge di avere un tumore e minaccia di uccidersi. Poi inizia a tormentarla con messaggi anche in piena notte, aspettandola sotto casa, pretendendo che lei uscisse per incontrarlo. «Avevo paura ad andare a lavorare, perché poteva esserci lui ad aspettarmi. Mi sentivo controllata. Temevo che potesse fare del male anche alla mia famiglia. La notte che lui ha suonato il campanello di casa, abbiamo chiamato i carabinieri: è stato arrestato perché ha violato l'ammonimento. Per un periodo sembrava scomparso. Pensavo di essermela cavata. Ma qualche mese prima dell'udienza in tribunale ha ripreso a tormentarmi. Mi sono rivolta ai carabinieri: mi sono sentita compresa e in quel momento ho trovato la forza per farmi seguire da uno specialista. Al Centro antiviolenza ho trovato psicologhe che mi hanno realmente aiutata».
L'ex fidanzato è ora a processo per stalking. «Dalla mia esperienza posso dire a tutte le donne di fare molta attenzione ai primi segnali - conclude Anna - Questi uomini, narcisisti e manipolatori, la prima cosa che fanno è allontanare la loro partner dalla famiglia e dagli amici. Vogliano isolare la vittima. A me aveva detto: se mi denunci rimani sola, perché tu hai solo me. Invece non è così. Bisogna innanzitutto parlare del problema. Le donne che si trovano in difficoltà devono chiamare il "112" e rivolgersi ai Centri antiviolenza, dove saranno ascoltate e comprese».