L'inchiesta

Il blitz antiriciclaggio, fra gli indagati il presidente di una società pubblica

La maxi indagine della guardia di finanza sul traffico di droga e altri reati andava avanti da due anni, oltre ai bar e ristoranti ritenuti anche crocevia dello spaccio («la cocaina veniva chiamata pizza e si poteva pagare con il Pos»), nel mirino è finito il rapporto uno dei componenti della famiglia di imprenditori coinvolta e il numero uno di una società partecipata cui avrebbe elargito oggetti preziosi e altri beni per poter acquisire una prestigiosa struttura alberghiera con annesse attività termali

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TRENTO - La maxi indagine su traffico di droga e riciclaggio del denaro sporco attraverso attività commerciali ha riguardato, spiega il comandante della guardia di finanza provinciale, Danilo Nastasi, quattro gruppi di indagati.

Sulla base delle indagini preliminari e delle accuse emerse e ora da verificare da parte dell'autorità giudiziaria, sono quattro i locali commerciali posti sotto sequestro preventivo: uno a Trento (Dolce Vita), due a Andalo (Chalet Tower Pub e Andel Hause) e uno a Lavis (Caffè al Centro), nonché una società finanziaria che detiene quote di altre tre imprese, due nel settore commerciale e una nella ristorazione.

Ma nel corso dell'indagine, spiegano gli inquirenti, oltre allo di spaccio di stupefacenti e al riciclaggio, sono emersi reati contro la pubblica amministrazione, di autoriciclaggio e trasferimento fraudolento dei valori.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, gran parte del profitto è stato riciclato con l'aiuto di un commercialista e di un intermediario del settore assicurativo, che usava un sofisticato sistema di polizze per permettere il reintegro del denaro. Il denaro veniva reimpiegato nell'acquisto o nella gestione di strutture ricettive in provincia di Trento, oltre che in orologi e in lingotti d'oro.

Sempre secondo gli investigatori, uno dei componenti della famiglia di imprenditori coinvolta, con l'aiuto del suo commercialista, ha elargito inoltre oggetti preziosi, cene e ingressi in centri benessere al presidente del cda di una società a partecipazione pubblica che gestisce una prestigiosa struttura alberghiera con annesse attività termali per poter acquistare la struttura stessa, dal valore di 10 milioni di euro.

Il gip ha disposto il divieto nei confronti dell'imprenditore di contrarre con la pubblica amministrazione e il divieto di esercitare imprese e uffici direttivi per dodici mesi.

Per il presidente del cda, ha invece disposto la sospensione dell'esercizio dei pubblici uffici per dodici mesi.

Nei confronti di quest’ultimo, è stato anche contestato il reato di peculato, spiega il comunicato stampa della finanza, «avendo il predetto dirigente fatto acquistare alla società a partecipazione pubblica beni mobili spettanti per l’incarico ricoperto, salvo regalarli ad una persona a sé vicina». Per il commercialista sono stati, invece, disposti l’obbligo di dimora e l’interdizione della professione per un anno.  

L'INCHIESTA

Ma ecco il quadro dell'intreccio fra i quattro gruppi finiti nel mirino della guardia di finanza in questa mega operazione.

Il primo gruppo di indagati, come spiegato in conferenza dal comandante  Nastasi, era formato da 18 persone, prevalentemente di nazionalità italiana, dedite allo spaccio di stupefacenti. Era a capo di questo primo gruppo una famiglia trentina attiva nel settore della ristorazione, di cui quattro membri ora sono in carcere.

Il secondo e il terzo gruppo, composto da dieci persone, originarie soprattutto del Maghreb, secondo l'accusa erano dediti all'acquisto e alla vendita di ingenti carichi di stupefacente, che venivano portati in due bar individuati come "basi" per la cessione degli stupefacenti.

Infine c'era un quarto gruppo, di nazionalità albanese e moldava, già conosciuto dalle autorità, essendo destinatario di indagini (con sentenze passate in giudicato) per traffico di sostanze stupefacenti, che gestiva il bar nel centro storico di Trento con proventi illeciti.

«Sono stati ricostruiti oltre 400 episodi di cessione di sostanze stupefacenti all'interno dei locali», ha spiegato Nastasi. «Sono stati ricostruiti episodi di pagamento della sostanza stupefacente anche con il Pos».

Spesso la droga veniva richiesta dagli assuntori usando l'espressione "pizze d'asporto": in base al gusto ordinato, corrispondevano determinati quantitativi di cocaina.

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