Giochi olimpici / Il caso

«Nuovo stadio del ghiaccio a Piné, la decisione è politica ma con i tempi siamo ormai al limite»

Il progettista Alessandro Zoppini è sorpreso dai nuovi dubbi e dalle voci su una possibile rinuncia trentina alle gare di pattinaggio velocità nel 2026. In ogni caso, l'architetto avverte: bisogna iniziare i lavori entro agosto, perché quando si parte possono esserci imprevisti e due anni vanno messi in conto

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RABBIA
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di Franco Gottardi

TRENTO. Lunedì prossimo 9 gennaio il governatore trentino Maurizio Fugatti dovrebbe tenere una conferenza stampa per annunciare la rinuncia da parte del Trentino e dell’Altopiano di Piné ad ospitare le gare del pattinaggio veloce in occasione delle Olimpiadi del 2026. E all’incontro dovrebbe partecipare anche il presidente del Coni, Giovanni Malagò. È quanto afferma un lancio dell’agenzia di stampa Agi riportando generiche fonti “autorevoli” del pattinaggio di velocità.

Una notizia che segue di qualche giorno l’uscita pubblica del sindaco di Torino, Lo Russo, che ha lanciato l’ipotesi di trasferire le gare dei Giochi a Torino riadattando il vecchio Oval utilizzato nel 2006. Uscita in seguito alla quale dalla provincia, con l’assessore Failoni e il presidente Fugatti, non sono arrivate alzate di scudi e difese ad oltranza dell’opzione Piné, nonostante siano già stati stanziati 50,5 milioni e sia stato approvato non più tardi di due mesi fa il progetto preliminare.

Certo è che da allora l’architetto Alessandro Zoppini non ha più avuto comunicazioni.

Zoppini è il più affermato progettista mondiale per impianti di questo tipo, visto che è suo anche il progetto originario dell’Oval di Torino 2006 e ha progettato anche gli impianti che hanno ospitato le gare di pattinaggio veloce alle Olimpiadi di Sochi 2014 e PyongYang 2018.

Architetto, meno di due mesi fa Lei era a Baselga di Piné ad illustrare in consiglio comunale il suo progetto per il quale i giochi sembravano ormai fatti. Sorpreso del fatto che ora sembra tutto essere tornato in forse, per non dire in forte dubbio?

Mi pare che ci sia un po’ di confusione. Il 7 novembre sono andato lì e ho presentato il progetto. L’assessore mi aveva detto che tutto era già approvato, compreso il finanziamento. Da allora però non ho più sentito niente. Non c’è un problema tecnico e neanche economico, credo che a questo punto sia solo un problema politico. E di tempi, perché l’indecisione politica sta portando a un ritardo che diventa difficilmente recuperabile. Perché, come dicevano i grandi magnati, si può comprare tutto meno che il tempo.

Quando si dovrebbe partire per essere pronti nei tempi previsti?

Ricordo che prima delle Olimpiadi di Torino si disse che nell’estate del 2003, cioè due anni e mezzo prima dell’evento olimpico, bisognava aprire i cantieri. Lo stesso vale adesso per il 2026, bisogna iniziare i lavori tra giugno e agosto 2023. Tra una cosa e l’altra ci vogliono due anni per portare a termine l’opera. Anche perché quando si scava non si sa mai bene cosa si può trovare; a Torino avevano trovato l’amianto da bonificare.

A proposito, secondo un consigliere provinciale, Filippo Degasperi, il problema di Piné potrebbe essere proprio legato alla presenza nel sottosuolo di inquinanti che potrebbero ritardare l’intervento. Le risulta?

So che è stato dato incarico a un geologo locale, il dottor Vigna, che ha detto che lì sotto c’era una discarica di rifiuti, non di tipo industriale. E quindi non dovrebbe creare particolari problemi. Ma un cantiere deve avere comunque un lasso di tempo per imprevisti; dovesse ad esempio nevicare in maniera copiosa. Insomma: due anni pieni bisogna metterli in conto. E l’impianto deve essere pronto almeno sei mesi prima delle Olimpiadi, perché bisogna fare gli eventi pre-olimpici che valgono come prova generale.

Per partire in estate coi cantieri bisogna prima predisporre il progetto definitivo ed esecutivo, Lei sarebbe in grado di farlo?

Sì, ma l’altro problema importante è quello della credibilità. Noi riusciamo a farlo ma l’incarico ci deve essere dato adesso e ci deve essere una macchina pubblica che funziona, eliminando i tempi burocratici come era stato fatto a Torino, ovviamente senza rinunciare all’attenzione e alla serietà nella valutazione. Noi a Torino avevamo iniziato il preliminare nel luglio del 2002 ma a febbraio 2003 avevamo già fatto il definitivo che poi in un mese era stato approvato. A maggio avevamo consegnato il progetto esecutivo. E se uno lo sa già fare può farcela. Se siamo noi mi sento di dire che possiamo farcela, alla 24esima ora ma possiamo farcela. Ma bisogna lavorare come una squadra, uniti e determinati.

La scusa ufficiale per un ripensamento è la scarsa sostenibilità dell’investimento nel tempo. Che ne pensa?

È un tema politico. Se uno dice che non vuole spendere 50 milioni e preferisce fare una scuola e tre asili okay. Ma questo era chiaro anche due mesi fa. È la politica che sta facendo un po’ di confusione. A me è stato dato l’incarico di fare una macchina che consumi il meno possibile. E il grosso vantaggio di Baselga è che durante le Olimpiadi avrò una scatola chiusa con le condizioni adatte per ospitare un evento di quel livello. Oggi quella è la settima pista più scorrevole del mondo e se la copriamo diventa ancora più veloce. Come localizzazione poi è l’ideale, a mille metri di altitudine e finite le Olimpiadi, grazie ad una serie di aperture sui fianchi della struttura, per cui nell’uso corrente degli allenamenti si hanno le stesse condizioni all’interno rispetto all’esterno. Abbiamo fatto dei test fluidodinamici che ce lo dimostrano. Quindi avremo le stesse condizioni di oggi col vantaggio che la copertura farà da schermo al sole evitando la formazione di pozze.

A Torino quando aveva progettato l’Oval si sapeva già che poi la pista sarebbe stata dismessa?

Si, a Torino si sapeva che la struttura sarebbe poi diventata sede per l’organizzazione di Fiere. Avevamo anche detto di fare dei gruppi frigoriferi temporanei. Il problema di Torino è che lì a 200 metri di altitudine non è sostenibile un impianto in futuro; costerebbe decine di migliaia di euro al giorno. Se si fa lì si ripara la pista, che dopo vent’anni di fiere è da rifare; si ristrutturano gli spogliatoi e l’impianto di illuminazione e il gioco è fatto. Poi si smantella tutto. Baselga invece avrebbe una legacy sportiva e sia d’inverno che d’estate non ci sarebbe la necessità di condizionamento termico. Il paragone che faccio è che Torino è una barca a motore mentre Pinè una barca a vela, che una volta costruita non ha bisogno di carburante per funzionare. Quello che ho detto al Cio è che in realtà finite le Olimpiadi i costi di gestione della pista sono sostanzialmente gli stessi di adesso.

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