Lavoro / Il caso

Turismo, abbiamo un problema: i giovani non scelgono più l'Alberghiero

I corsi triennali della formazione professionale trentina hanno perso oltre 500 iscritti. Il calo riguarda tutte le scuole, ma in particolare gli indirizzi del turismo e della cura alla persona. Grosselli (Cgil): «il problema potrà deflagrare. Tanto più, dico sommessamente, se chiudiamo agli stranieri»

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di Lorenzo Ciola

TRENTO. Sarà anche colpa del calo demografico, ma in cinque anni, tra il 2016 e il 2021 i corsi triennali della formazione professionale trentina hanno perso oltre 500 iscritti dopo che negli anni precedenti, dall’inizio del secolo, si era registrata una progressione pressoché continua. A pesare sono soprattutto il comparto turistico alberghiero e quello dei servizi alla persona, per i quali più volte sindacati e imprenditori hanno cercato di ragionare anche per quanto riguarda l’attrattività delle professioni ad esse collegate.

La situazione generale.

Le indicazioni puntuali arrivano dai dati della Provincia e l’analisi è piuttosto immediata. Nell’anno scolastico 2015-2016 gli iscritti alla formazione professionale trentina erano arrivati a toccare il numero record di 5.652 studenti, 2.013 dei quali inseriti all’interno del comparto industria e artigianato e 1.594 nel comparto turistico alberghiero. Da quel momento è cominciata una progressiva erosione del numero totale che allo scorso anno scolastico, quello 2020-2021 ha toccato il culmine con 167 iscrizioni perse in soli dodici mesi, a quota 5.130.

L’andamento dei settori.

Se si guarda ai singoli settori, l’andamento non è stato uniforme nel periodo di tempo considerato. Come accennato all’inizio, perdite pesanti sono state quelle del comparto turistico alberghiero che in cinque anni è passato da 1.594 a 1.276 con un calo secco di 318 studenti. Ancora peggio è andata per quanto riguarda i servizi alla persona che sono passati da 1.135 a 806 iscritti, con un meno 329.

Sostanzialmente stabile si è rivelata la situazione per quanto riguarda il settore agricoltura e ambiente dove gli iscritti sono scesi da 268 a 240, mentre altri due comparti si sono rivelati in controtendenza. Così l’attrattività dei corsi legati a industria e artigianato è testimoniata dalla crescita da 2.013 a 2.129 iscritti (+116) nonostante una flessione di 67 studenti proprio nell’anno scolastico 2020-2021. Discorso molto simile pure per chi aspira a lavorare in posti dedicati all’amministrativo e al commerciale. L’incremento in cinque anni è stato da 642 a 679 studenti (+37), nonostante una flessione di 33 unità nell’ultimo anno.

La distribuzione delle iscrizioni.

La formazione professionale registra un numero maggiore di iscritti di sesso maschile, 3.261, rispetto alle ragazze che si fermano a 1.869.

Seguendo la distribuzione geografica, sono poi gli istituti di Trento e dintorni a cumulare la maggior parte degli iscritti, toccando nel 2020-2021 quota 1.512 e precedendo la Vallagarina con i suoi 1.098 iscritti. A seguire, l’Alto Garda (564) precede di poco l’Alta Valsugana (533).

Infine, un ragionamento riguarda anche gli studenti con cittadinanza non italiana che frequentano i corsi della formazione professionale. Lo scorso anno scolastico sono risultati essere 1.066, per lo più provenienti dall’Europa Centro Orientale, il che significa che rappresentano oltre un quinto degli iscritti. Una percentuale decisamente superiore al 12% che è il dato generale degli stranieri nelle scuole trentine nel loro complesso.

L’analisi

Il (sensibile) calo degli iscritti in alcuni settori della formazione professionale è un problema che rischia di deflagrare se si considera un possibile calo demografico e se ipotizza una crescita delle persone che arrivano a maturità e laurea. Per fare fronte alle necessità del turismo e del comparto dei servizi alla persona, Andrea Grosselli, segretario generale della Cgil trentina, suggerisce di puntare su tre aspetti: percorsi condivisi tra scuole e aziende nell'avvicinamento al mondo del lavoro, un maggiore ricorso all'apprendistato e la prospettiva di retribuzioni adeguate.

I dati pubblicati hanno messo in evidenza come negli ultimi cinque anni i corsi della formazione professionale dedicata al turismo e ai servizi alla persona abbiano perso oltre 300 iscritti ciascuno. Altri settori, come quelli relativi a industria e artigianato, hanno invece conquistato qualche ragazzo in più. «Il tema - suggerisce il sindacalista - è quello di guardare al 2025 o al 2030. Se la fascia di età riferita ai corsi della formazione professionale potrà contare su un bacino più ridotto rispetto ai 22.300 attuali per effetto demografico o per altre scelte, il problema della carenza di risorse umane potrà deflagrare. Tanto più, dico sommessamente, se chiudiamo agli stranieri».

Ma perché questo succede? «Sono cambiate le scelte formative. - spiega Grosselli - Se in precedenza la tenuta demografica e l'innalzamento dell'età dell'obbligo scolastico avevano portato più iscritti verso la formazione professionale, ora la situazione è diversa». Secondo il segretario della Cgil, da più tempo industria e artigianato hanno lavorato con la previsione di percorsi di alta formazione che potevano appaiarsi anche alla possibilità di progredire fino ad un diploma o all'ingresso in università. Con, in più, la percezione di poter accedere a comparti come meccatronica e informatica che sono appetibili per i più giovani.

«Recentemente un dirigente della formazione professionale come Federico Samaden ha posto il tema dell'attrattività delle professioni turistiche - sostiene Grosselli - Ritengo che per quanto riguarda turismo e servizi alla persona non ci sia un investimento adeguato da parte delle aziende, anche per garantire ai giovani le condizioni che si trovano in altri contesti».

Ecco allora la prima esigenza, quella di garantire percorsi formativi di alto livello, ma con uno sbocco corrispondente all'investimento fatto e alle sue aspettative. «Occorre investire - spiega il sindacalista - sulla qualità del lavoro, ma anche su retribuzioni adeguate e che non risultino, come succede ora, del 25% inferiori rispetto all'Alto Adige dove peraltro si conta su stagioni più lunghe e quindi maggiore stabilità lavorativa. Serve inoltre intervenire sui tempi di lavoro, lasciando da parte la vulgata che parla di giovani pigri: se un giovane non si sente valorizzato, guadagna meno e lavora quando gli altri sono liberi può cambiare il proprio criterio di scelta».

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