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Quell'ET luminoso nella notte eritrea

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In Africa, fuori dalle grandi città, le notti sono ancora nere. Buie. Notti che sono notti. Non ci sono i lampioni. Né le luci permanenti che fanno apparire perennemente sveglie, e luminosamente inquinanti, le notti nostre.
La notte dell’Asmara, 32 anni fa, quando la Caritas invitò una piccola pattuglia di giornalisti a raccontare la grande carestia che uccideva di fame l’Eritrea (ma i bambini nei campi, gli occhi persi nel vuoto, morivano anche di tosse) era una notte così.

Dall’aeroporto verso l’istituto dei fratelli cristiani che ci avrebbe ospitato, la strada veniva inghiottita dal buio, solo i fari della macchina facevano emergere dall’oscurità, come bianchi lampi, le lunghe vesti delle donne accoccolate per terra, in paziente attesa che all’alba aprisse il negozio della farina...

Fratel Ezio Tonini, artigianello, incontrato per la prima volta il giorno dopo quella notte eritrea, nella sua grande biblioteca al Pavoni Social Centre, era uno che teneva accesa la luce. Sulla storia di quel popolo, da oltre vent’anni in guerra con l’Etiopia, uno dei più lunghi e sanguinosi conflitti endemici africani.

Corno d’Africa, che fu Africa d’Italia. Piccola potenza coloniale, laggiù razza padrona, uomini bianchi scesi a uccidere, conquistare, poi sfruttare e comandare.
Ezio da Terlago no. Ezio era arrivato dopo, e teneva accesa la luce. Con la sua biblioteca frequentata da migliaia di studenti e così unica per la ricchezza dei documenti, che a volte ci capitava perfino il presidente-dittatore Afewerki, illuminava la storia del popolo eritreo che i suoi capi condannavano al buio permanente della guerra infinita, homo homini lupus.

E i ragazzi che non venivano sequestrati dall’esercito, li rubava il fronte di liberazione. In un caso e nell’altro, generazioni perdute a odiarsi, a spararsi, a negarsi il futuro.
Fratel Ezio, intanto, teneva accesa la luce sulla cultura di un nobile popolo, di un’antica civiltà. In condizioni difficili, senza incoraggiamenti istituzionali, semplicemente perché era giusto farlo. Sfuggiva, Ezio Tonini, al cliché del missionario: lui non stava sulla prima linea dell’emergenza umanitaria o dell’evangelizzazione eroica, non battezzava e non curava i malati, non faceva cantare i bambini e non insegnava mestieri. Lui stava in una biblioteca. E studiava, catalogava, archiviava.

Salvava memoria. Nell’indifferenza di quelli che avrebbero dovuto custodirla.
All’Asmara non fanno i bypass e a Nairobi, a cinque giorni dall’infarto, non l’avevano ancora portato. In Eritrea, la vita umana vale meno che a Terlago, il suo paese, dove non farà ritorno.

Ezio Tonini: E.T.
E una specie di Et, un extraterrestre doveva apparire agli eritrei: uno degli ultimi missionari rimasti dopo le espulsioni decretate da uno dei regimi più illiberali e intolleranti del mondo. Lui era ancora lì all’Asmara, a capire, a studiare, a fare resistenza all’oblio e all’ignoranza. Dice Flavio Corradini, che andava spesso a trovarlo, e che aveva in progetto di duplicare i documenti più preziosi: se in Africa si dice che, quando muore un anziano, muore un libro, con Ezio è morta un’immensa biblioteca. Chissà che fine farà.

Rischia di morire un mondo. Non solo una biblioteca.
Perché non ci sarà un altro fratel Ezio a leggere, a scrivere, a tramandare memoria. Anche per gli inconsapevoli.

Un luminoso Et trentino, dentro la notte di Asmara.

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