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Quando la guerra del Duce

cominciò a diventare strage

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Nel tempo dell’Era Fascista – quando nei giornali e nelle altre pubblicazioni si accennava al fascismo le maiuscole erano obbligatorie – nei libri scolastici non c’ era traccia, fino all’autunno del 1938, di antisemitismo e di razzismo. In quello stampato a Firenze il 18 settembre del 1928 a cura di Luisa Steiner intitolato “Letture di Storia”, la battaglia di Custoza sembra quasi vinta dai piemontesi e la “fatal Novara” è raccontata come una inattesa sfortuna per le schiere sabaude. Né si accenna a Caporetto però si spazia nell’ultimo capitolo sulla Marcia su Roma dell’ottobre del 1922 definita come “solenne dimostrazione di forza e disciplina”. Ma non c’è un solo cenno sugli ebrei.

Anche il cartoncino distribuito in molte scuole del Regno, intitolato “Orario Fim” dove “Fim” sta per “Fabbrica inchiostri e matite”, si esalta il motto “Libro e moschetto Studente perfetto” mostrando quell’arma modello 1891, il fascio littorio, uno studente in camicia nera, ma non si parla di razza per arrivare al volume a colori e di vistoso formato intitolato “Italia dall’A alla Z” stampato nel 1934 e ristampato fino al 1936. Alla lettera B si racconta il Balilla spiegando che “non vuol dire solamente avere ott’anni, dieci anni, portare una divisa blu coi calzoncini sino ai ginocchi e una camicia nera; essere d’una squadra, d’una schiera, marciare eretto dietro a un gagliardetto… ma sentirsi in ogni momento, sia oggi o domani, fieramente italiani”. La lettera D è – ovviamente – dedicata al Duce con la frase “Delirante dove giungi l’urlo scoppia della folla, par valanga che giù crolla… dove intorno prende luce: Duce, Duce”. Con la G si esalta “Genova e il suo porto con i bastimenti ricchi di pavesi d’ogni nazionalità” e con la lettera H c’è l’Hermada a diventare un inno contro ogni guerra con quel disegno a mostrare nella misteriosa e desolata altura del Carso, un elmetto austriaco accanto ad uno italiano rovesciati nella massa dei reticolati contorti. Nel libro, graficamente molto bello, si celebra Marconi e la radio “magia del genio italiano” mentre per Tripoli e la Libia si esalta l’aratro oltre, ovviamente, il “genio del Duce”. Dunque, mai in quei libri in uso nelle scuole, una frase sugli ebrei, sulla razza, sugli ariani, sui popoli venuti dal Nord per dominare il mondo.

C’era solo una canzoncina di sapore razzista: “Menelicche, le palle son di piombo non pasticche, Baldissera non ti fidar di quella gente nera” dove Menelik fu imperatore d’Etiopia dal 1899 al 1913 e Antonio Baldissera fu ufficiale austriaco a Custoza; all’atto della cessione del Veneto all’Italia viene esentato, perché nato a Padova città divenuta italiana, dal giuramento di fedeltà all’imperatore Francesco Giuseppe e quindi passa in forza al Regio Esercito dove si distingue per rigore e professionalità. Tenne il comando militare anche a Firenze nell’ex convento di Santa Caterina dove sulla parete esterna di quell’ edificio gli è dedicata una lapide, illuminata giorno e notte. Finì in Africa, nella battaglia di Adua dove i Regio Esercito venne travolto dagli etiopi di Menelik. Per gli italiani fu una strage; nella battaglia morì anche Luigi Bocconi figlio di Ferdinando Bocconi fondatore della famosa Università che la chiamò così in onore del figlio scomparso. Tra i caduti anche il capitano Pietro Cella nato a Bardi (Parma) nel 1851: la prima medaglia d’oro al valor militare del Corpo degli Alpini. Né erano contro gli ebrei alcuni caporioni fascisti, i famosi “ras”, termine preso dalla lingua araba a significare “signore”. Il più noto fu Italo Balbo che nei mesi che precedettero la Grande Guerra divenne guardia del corpo di Cesare Battisti nei comizi tenuti dal parlamentare trentino nelle città d’Italia a favore dell’intervento in guerra. Fu uno dei Quadrunviri della Marcia su Roma; negli anni della crescita del fascismo divenne comandante della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, sottosegretario all’economia e nel 1929 come ministro della Regia Aeronautica promosse e guidò diverse celebri crociere aeree transatlantiche.  

Considerato un rivale di Mussolini per la grande popolarità raggiunta e per essere apertamente antinazista, fu nominato nel 1934 Governatore della Libia. Il suo dissenso nei confronti del Duce si era sempre più accentuato a partire dal 1938, quando, in più occasioni, manifestò a Mussolini la sua contrarietà alla promulgazione delle leggi razziali. Balbo proveniva da Ferrara, città sede di un’antica e importante comunità ebraica, aveva amici ebrei con i quali restò in relazione rifiutando l’ostracismo ufficiale e in Libia evitò agli ebrei locali l’estensione delle leggi razziali. Nel 1950 un giornale di Tel Aviv raccontando la figura di Balbo ricostruì, con ammirazione, la posizione filo-ebraica del Quadrunviro.

Proprio in Libia, allo scoppio della  guerra, organizzò voli per mitragliare colonne di autoblindo inglesi; il 28 giugno 1940 si levò dall’aeroporto di Dernar scortato da due trimotori  Savoia Marchetti. Stava atterrando al campo d’aviazione “T.2” di Tobruch mentre era in corso un’incursione britannica e fu abbattuto per errore dalla contraerea italiana. Il trimotore venne centrato da un cannone dell’ incrociatore della Regia Marina San Giorgio; nell’estate del 1970 ero in vacanza sul Gargano e presso Peschici visitai un grande trabucco noto per una cucina rustica quanto eccellente. Ad una parete molte fotografie della nave San Giorgio e il proprietario di quell’enorme arnese da pesca mi raccontò la storia di quella nave e di quel giorno di giugno di trent’ anni prima. Mi disse che sulla nave, trasformata in una batteria galleggiante non c‘ era una centrale di tiro e ogni gruppo di artiglieri apriva il fuoco quando si profilava un aereo inglese perché quelli italiani volavano su una rotta e ben lontana dalla zona presidiata dalla Regia Marina. Lui inquadrò il trimotore che volava molto basso fra il fumo prodotto dal bombardamento inglese e sparò un colpo che centrò l’aereo. In quell’istante, mentre il velivolo diventava un palla di fuoco, vide sull’impennaggio di coda il simbolo della Regia Aeronautica.

La guerra, finita sul fronte francese, continuava in un crescendo di violenza, contro l’Inghilterra in Cirenaica e nel mare Tirreno; il Regio Esercito perde aerei e navi, piloti e marinai e soprattutto uomini e mezzi in Libia, attorno a Bardia mentre cresce l’antagonismo, sempre latente, tra Roma e Berlino. Mussolini ha capito – questo lo si legge nei diari di Galeazzo Ciano – che l’Europa non avrebbe tollerato il dominio tedesco che, prima o poi, avrebbe segnato la fine della nostra indipendenza e si preparava a sfidare Hitler aprendo un altro fronte: quello greco.

Intanto in Italia arrivava la notizia della tragedia della Arandora Star, una grande nave da crociera battente bandiera inglese, requisita per esigenze militari. Il suo primo impiego fu il trasporto di cittadini dell’ Asse residenti in Inghilterra da trasferire, come internati, in Canada. Il 1º luglio del 1940, la nave comandata da Edgar Wallace Moulton salpò da Liverpool senza scorta. Fece rotta verso il Canada per trasportare in un campo di prigionia circa 1500 uomini. Erano tutti maschi di età compre fra tra i 16 e i 75 anni, italiani e austriaci, quasi tutti immigrati in Inghilterra da molti anni, tanto che molti avevano parenti e anche figli arruolati nell’ esercito di Sua Maestà. Salpò carica di internati civili italiani e austriaci diretta in Canada. Esclusi 86 prigionieri di guerra, gli altri uomini erano civili: 712 italiani e 478 austriaci, oltre a 374 inglesi, tra militari di guardia e marinai.

La nave fu sovraccaricata, non venne rispettato il rapporto passeggeri per lancia di salvataggio; i prigionieri vennero ammassati nelle cabine, molti dormivano sul pavimento della sala da ballo. La nave ridipinta di grigio, non esponeva segnali che potessero identificare la sua funzione, come il simbolo della Croce Rossa perché l’uso di quell’emblema per un battello che non era una nave ospedale sarebbe stato una violazione delle Convenzioni di Ginevra. Né all’equipaggio, né agli internati furono date istruzioni sulle procedure d’ emergenza e barriere di filo spinato impedivano l’accesso alle scialuppe di salvataggio, peraltro ampiamente insufficienti ad ospitare tutti i passeggeri in caso di naufragio. Venne silurata e affondata il 2 luglio 1940 dallo  U-Boot 47 comandato da Günther Prien nelle acque dell’ Atlantico Settentrionale. Morirono in 865, la prima strage di civili di quella guerra. La notizia della tragedia filtrò in Italia nei primi giorni di settembre, ma subito venne censurata.

Fra i sopravvissuti Klaus Fuchs, lo scienziato tedesco divenuto la prima grande spia dell’era atomica. Era sul ponte quando la nave venne silurata e riuscì a calarsi in mare, su una scialuppa, insieme con alcune decine di prigionieri di guerra tedeschi.  

Dieci anni più tardi, il 27 gennaio 1950, il suo nome fece il giro del mondo: Fuchs, infatti, confessò al comandante dei servizi segreti britannici Leonard Burt, che lo arrestò a Washington, di aver trasferito all’Unione Sovietica i segreti della bomba H. Il suo contatto era l’agente “Raymond”, al secolo Harry Gold, figlio di un ebreo russo emigrato negli States e condannato poi a 30 anni di carcere. Fuchs se la cavò con 14, ne scontò nove, senza peraltro pentirsi del proprio operato.
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