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Ripartenza, non escludete le donne

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Nella prospettiva di una uscita, sebbene con tempi indefiniti, dalla fase di emergenza sanitaria che stiamo vivendo, le istituzioni di governo cominciano a muovere i primi passi per affrontare le molte conseguenze di lungo periodo che la pandemia ha avuto e avrà su diversi ambiti della vita sociale: dalla salute, all’ambiente, al lavoro, all’economia, alla cultura.

In tale prospettiva, a diversi livelli di governo, dal locale al nazionale, si è esplicitata l’intenzione di coinvolgere nel processo decisionale “le migliori menti”, attraverso la costituzione di “comitati di saggi”, “team di esperti”, “task force” mirati a definire proposte, scenari e strategie per rimettere in moto i territori e uscire da questa catastrofe epocale. Dopo fasi in cui è stata soprattutto la ricerca del consenso e la leva della paura a orientare le scelte politiche di chi governa, il riconoscimento del valore civile della conoscenza e della competenza va salutato positivamente e si spera che le intelligenze coinvolte siano davvero ascoltate.

Vi è tuttavia una questione che vorrei porre, perché mi pare rilevante, e che riguarda quali saperi e quali menti saranno ascoltate. Vorrei infatti sottolineare l’esigenza e l’opportunità che i tavoli, i comitati, i gruppi che verranno creati possano riflettere al proprio interno quella diversità di caratteri, saperi ed esperienze che attraversa la società e che rappresenta anche uno dei principi chiave della resilienza in natura, così come un fattore cruciale per generare creatività. Al tempo stesso sarebbe importante che tali contesti fossero in grado di includere le istanze di più categorie e gruppi sociali, soprattutto quelli più vulnerabili e colpiti dalla crisi e spesso marginali, se non addirittura invisibili.
Sarebbe invece sconveniente che le logiche di composizione di questi gruppi rispondessero a quegli stessi criteri che hanno fino ad oggi connotato i contesti decisionali di questo paese (contribuendo a generare le criticità che sono oggi sotto gli occhi di tutti) e che si accompagnano a omogeneità di genere, di provenienza etnica, generazionale, di abilità, per richiamare alcune delle asimmetrie più macroscopiche.

Richiamo a titolo esemplificativo, tra le varie, la dimensione di genere. Nelle scorse settimane diverse analisi hanno messo in luce come le conseguenze di questa crisi stiano gravando (e continueranno a gravare) in modo significativo sulle spalle delle donne: se infatti dal punto di vista della letalità il virus colpisce in misura prevalente gli uomini, sul piano delle ricadute sociali ed economiche esso sembra avere un maggiore impatto sulla componente femminile. Le donne rappresentano la maggioranza del personale che opera nel settore sanitario e della cura, negli ospedali come nelle case di riposo, ma anche in altri ambiti che hanno continuato a lavorare a pieno ritmo affrontando i rischi del contagio, come la grande distribuzione. È spesso soprattutto su di loro che si concentra l’esigenza di combinare il lavoro telematico a distanza con la gestione dei figli a casa da scuola o l’assistenza di altri familiari. Si è visto, inoltre, come l’isolamento abbia accentuato i rischi legati alla violenza domestica.

Si prefigurano inoltre per loro, soprattutto coloro che lavorano in condizioni precarie, crescenti incertezze legate alla crisi economica che inevitabilmente seguirà questa fase. Ebbene, sarebbe davvero avvilente se a tutto questo si aggiungesse anche l’esclusione dalle arene istituzionali in cui i nuovi scenari verranno ridisegnati e le decisioni verranno definite.
È già stato paradossale che dal Decreto denominato “Cura Italia”, mirato a sostenere famiglie, lavoratori e imprese, siano state dimenticate proprio le lavoratrici domestiche e della cura, nonostante il loro lavoro rappresenti un importante supporto per molte famiglie, tanto più in frangenti come questo. Ma si tratta di figure che non godono di pieno riconoscimento sul piano dei diritti del lavoro e delle tutele e che rischiano quindi di rimanere invisibili e dunque senza voce nei processi decisionali.

Sarebbe allo stesso modo sconcertante se dai consessi di menti oggi chiamate a curare le ferite della catastrofe che ci ha colpito, fossero escluse proprio le intelligenze e le istanze delle categorie che meno hanno contribuito a portare il paese all’attuale baratro e che più sono state impegnata a trarlo in salvo. Ci auguriamo davvero che non sia così e che si possa cogliere questa occasione per una rifondazione che sappia valorizzare la pluralità dei contributi e delle intelligenze. Altrimenti più che di “tempesta di cervelli”, meglio faremmo a parlare di una “tempesta perfetta”.

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