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Il valore da dare alle classifiche

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Come ogni anno sono uscite le classifiche di Eduscopio, interessante strumento di indagine della Fondazione Agnelli. «L’idea di fondo del progetto Eduscopio.it è proprio quella di valutare uno degli esiti successivi della formazione secondaria - i risultati universitari degli studenti - per trarne un’indicazione di qualità sull’offerta formativa delle scuole da cui essi provengono» (dal report di Eduscopio). E dopo l’uscita delle classifiche ci sono scuole che fanno la ruota come pavoni, e scuole, e i loro dirigenti, che soffrono. Ma davvero è una graduatoria che misura la qualità delle scuole? Non degli indirizzi, non del territorio, non del contesto, non della condizione socio-familiare dei ragazzi, non dei loro livelli di partenza, ma solo di ciò che le scuole ci mettono di loro nei risultati dei ragazzi? Osservando una squadra di pallacanestro si può misurare rigorosamente che i giocatori sono decisamente più alti della media dei loro coetanei.

Ma se il genitore di un ragazzo non particolarmente alto volesse iscrivere il suo ragazzo a tale attività sportiva sperando che inserito lì dentro possa avere migliori risultati di crescita in altezza dovremmo forse moderare le sue aspettative.

Se i ragazzi che giocano a pallacanestro sono alti è soprattutto perché vanno a iscriversi a pallacanestro quelli che sono già alti, e inoltre quelli troppo bassi tendono a essere scartati via via dalle squadre migliori.
Senza tirare troppo questa metafora, che calza solo parzialmente per la questione che da trattare, vorrei suggerire qualche dubbio sulle interpretazioni di Eduscopio.

Limitiamoci alla parte della ricerca che misura gli esiti universitari: Eduscopio misura quanti esami (o meglio quanti crediti) e con che voti sono stati fatti entro il primo anno di università, parametrati in modo da compensare le differenti difficoltà delle diverse università. E su questa base dà un punteggio alle scuole raggruppate per indirizzi simili, nello stesso territorio. Quindi in sostanza misura quanto sono bravi i ragazzi che escono da una certa scuola. Ma questi ragazzi erano già bravi quando sono entrati a scuola o sono diventati bravi grazie alla scuola?

Gli scopi della ricerca sono due: dare alle famiglie un aiuto per scegliere, una volta deciso l’indirizzo, quali istituti sono più soddisfacienti per i loro scopi, e inoltre aiutare le scuole a responsabilizzarsi sugli esiti del loro lavoro. Esaminiamo il primo scopo: è chiaro che in certe condizioni geografiche, scelto un certo indirizzo, un solo istituto è accessibile, senza alternative reali. Ma dove si trovano più istituti dello stesso indirizzo, siamo sicuri che un ragazzo che si iscrive a una scuola con punteggio migliore troverà una scuola migliore, o semplicemente una scuola in cui si sono iscritti ragazzi scolasticamente migliori?

Certamente occorre dire che mentre correre vicino a ragazzi alti non migliora la tua altezza, stare a scuola con ragazzi più bravi può essere un fattore di migliori apprendimenti (sempre che non ingeneri frustrazione o comparazioni troppo poco gratificanti…). Quindi un genitore può decidere che preferisce mandare suo figlio in una scuola in cui avrà compagni bravi, e per la quale si prevedono migliori esiti universitari.

Ma esaminiamo il secondo scopo: se la scuola stessa dovesse trarre l’idea che la sua performance è migliore perché il suo punteggio Eduscopio è alto sarebbe come se la squadra di basket pensasse di avere il merito di essere riuscita ad allungare i ragazzi….o come un risparmiatore che confondesse il rendimento di un investimento con il valore assoluto dell’investimento stesso.

Quello che veramente sarà interessante misurare, quando Invalsi avrà sviluppato buone tecniche longitudinali, sarà il valore aggiunto, a partire dallo stato iniziale fino agli apprendimenti finali dei ragazzi iscritti ad un percorso scolastico.

E quello che le scuole superiori fin da oggi dovrebbero assolutamente sapere sarebbe quali test di ammissione al’università, e con quali esiti, i suoi studenti maturati hanno fatto. Se gli studenti di una scuola hanno avuto buoni esiti al primo anno di medicina, per esempio, ma solo uno su dieci era riuscito a iscriversi, la prospettiva cambia. Sarebbe veramente un dato fondamentale per le famiglie, per l’orientamento in entrata delle superiori.

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