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La gentilezza contro il bullismo imperante

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C’è un atteggiamento che non sembra più essere molto apprezzato. Si chiama gentilezza. Potremmo anche definirlo valore, se il termine fosse ancora in uso. Gentilezza vuol dire infatti cortesia e buona educazione ma non solo, vuol dire anche nobiltà interiore e finezza di sentimenti.

Allargando il concetto vuol dire rispetto e attenzione verso il prossimo, altruismo, generosità, ascolto. Qualità che sono esattamente l’opposto del bullismo e dello sbracamento imperanti. Gentilezza sta diventando un termine arcaico, forse ritenuto indice di debolezza da chi si esercita ogni giorno ad attaccare, a rifiutare il dialogo, a spargere ingiurie ritenendo tutto ciò una dimostrazione di forza senza rendersi conto che è una dimostrazione di debolezza, di ignoranza e di paura.

Dal 2009 nel mese di novembre si celebra anche in Italia la Giornata mondiale della gentilezza, nata in Giappone qualche decina d’anni fa. È un lodevole tentativo di porre il problema, così come lo si fa con altre Giornate, quella della donna ad esempio, o quella dell’ambiente. Le buone intenzioni si sprecano, ma purtroppo spesso restano circoscritte a chi è già d’accordo e non deve essere convinto da discorsi e incitamenti. Come convincere invece i buzzurri dal tasto facile, nascosti dietro un video, fanatici della tastiera che permette di spargere livore, di offendere chi non la pensa come loro che non sono mai sfiorati dal dubbio?

Non serve vedere che tutto il mondo è paese e che pertanto non siamo i peggiori. Non serve a consolarci, bisognerebbe invece fermarsi un attimo a chiederci perché siamo ridotti così, perché stiamo sguazzando nel fango, perché ci lasciamo prendere dalla rabbia e dall’odio. Forse che questo fa vivere meglio? Ci rende più felici e appagati? Un’insegnante, episodio di non molti giorni fa, scrive frasi inaccettabili sull’uccisione del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega. Uno di meno, scrive su facebook. In seguito assicura che quelle parole non corrispondono al suo pensiero, ma che se ne è assunta la responsabilità per motivi che semmai spiegherà a chi di dovere.

Un’altra insegnante si affida sempre a facebook, questa volta non contro ma a favore delle forze dell’ordine, ricorrendo a soluzioni di forza: quando è necessario e non vi è altra scelta un colpo in testa al reo. Ma è in questo modo che si provvede all’educazione dei giovani? Perché a scuola - oltre che in famiglia e nella società - i giovani dovrebbero essere educati, o no? E per fortuna la maggior parte degli insegnanti lo fa, spiegando, senza aspettare la giornata della gentilezza, che cos’è il rispetto della dignità delle persone, spiegando come non si debba mai lasciarsi prendere dall’ira e dalla violenza, reale o verbale che sia.

Purtroppo il linguaggio che si sta diffondendo a tutti i livelli non fa ben sperare. E le parole, si sa, non sono soltanto suoni, sono mezzi per esprimere quello che si sente e quello che si pensa. Così gli adulti che usano certe parole violente per dar voce a certi sentimenti violenti forniscono ai giovani un lasciapassare.

Piccoli esempi. In molti - è la segnalazione di alcune mamme che abitano in provincia di Padova - si sono lamentate per le parolacce e le bestemmie dei ragazzini che nelle serate di questa afosa estate si ritrovano nel parco. La giunta comunale, pertanto, nel regolamento di polizia urbana ha previsto una multa di 400 euro. È un deterrente, ma anche un tentativo di educare castigando, finchè non sarà possibile farlo ragionando. Il sindaco spiega che il provvedimento non riguarda soltanto le offese al Dio del cristianesimo, ma comprende qualsiasi credo, che le offese siano rivolte a Budda, ad Allah o a Maometto non fa differenza, perché sono atti che urtano la sensibilità delle persone e perché è una mancanza di rispetto. Ci sarà chi obietta che esistono ben altre emergenze da affrontare ed è vero, ma almeno qualcosa si fa, magari cercando di far capire che libertà non significa poter fare tutto ciò che si vuole anche a danno degli altri.

Altro piccolo segnale. Alla biglietteria della Scala di Milano è stato affisso un cartello della direzione che invita il pubblico a indossare un abbigliamento adeguato al decoro del teatro, per rispetto del teatro stesso e degli spettatori. Niente canottiere e infradito, insomma.

Tutto qui? Basterebbe chiedere alle maschere quali sono state le reazioni per rendersi conto che la strada della gentilezza, intesa in senso lato, resta ancora molto difficile da percorrere.

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