In una giornata politicamente paradossale come questa, viene da chiedersi cosa scriverebbe un padre del giornalismo come Eugenio Scalfari. Chi vive di carta e di inchiostro non può infatti non pensare a quel genio, a quell'innovatore, a quel liberale di sinistra, a quel fine intellettuale, compagno di banco di Italo Calvino, che è scomparso ieri e che oggi avrebbe certamente puntato la sua penna arguta e libera contro chi ha spinto Draghi alle dimissioni.

Mettendoci di fronte a un'evidenza: un pezzo di classe politica bada solo ai propri bassi interessi elettorali. E Scalfari avrebbe indubbiamente massacrato chi anche ieri ha messo i propri calcolucci davanti ai reali bisogni del Paese. Di più: l'uomo che animò il Mondo e che fondò l'Espresso, Repubblica e un altro modo di guardare e raccontare i fatti avrebbe quasi certamente parlato di pericolosa irresponsabilità.

Anche se molti ritengono che non vi siano altri aspiranti premier con questa statura (e questa credibilità) nazionale e internazionale, Draghi può ovviamente anche non piacere. Ma non serve nemmeno scomodare Scalfari e la sua capacità d'analisi per dire che far cadere un governo in un momento così delicato è semplicemente una follia. La pandemia, la crisi economica, la guerra che spiazza e spezza il mondo, un piano nazionale di ripresa e resilienza ancora da portare in porto e un contesto globale sempre più complicato, richiedono infatti conferme e continuità, non dimissioni ed elezioni.

L'orgoglio e l'allergia ai giochetti di palazzo che hanno portato ieri il tecnico Draghi alle dimissioni (respinte da Mattarella) sono più che comprensibili. Ma cedere alle pressioni del primo Conte che passa è un errore. La partita non è infatti finita, anche se qualche giocatore ha di fatto ritirato l'appoggio a sé stesso, visto che il Movimento 5stelle fa parte del governo che vuol mandare a casa. L'interesse del Paese, ancora una volta, arriva dopo gli interessi di bottega. E il partito del rancore - quasi sempre animato da chi è stato disarcionato (dalla presidenza del consiglio, da un ministero, da un ruolo di potere...) - diventa ancora l'ago malato della bilancia al centro di un sistema che rappresenta perfettamente l'Italia che cambia idea continuamente.

L'Italia che decide da che parte stare in base ad estro e convenienza. Che ama i salti nel buio più della luce. C'è solo una speranza, a questo punto. Devono capirlo anche i partiti che vogliono andare subito all'incasso (Fratelli d'Italia ancor prima del Movimento 5stelle e di altri che nascondono la manina).

E la speranza è che il presidente della Repubblica convinca Draghi ad andare avanti con una maggioranza che in fondo resta solida. Draghi non è soggetto da governi balneari o da governicchi, ma ha tutti i numeri per andare avanti senza farsi ricattare. Mattarella lo sa bene. Ed è per questo che può "trattenerlo", evitando al Paese il baratro del voto.