L'amico Gheddafi, l'invasione islamica e il bunga bunga

di Zenone Sovilla

"Per favore, il mondo si muova finalmente per aiutare il popolo libico. Siamo scesi in piazza a chiedere democrazia e il regime di Gheddafi risponde sparandoci e bombardandoci con gli aerei. Avete invaso l'Iraq e adesso state a guardare mentre in Libia un dittatore massacra il suo popolo. Fate presto! Help!".
Si possono sintetizzare così alcuni dei toccanti messaggi raccolti oggi a Tripoli da Al Jazeera e diffusi anche nel canale twitter in inglese della tv satellitare araba.
Il bagno di sangue messo in atto in Libia dall'amico di Berlusconi ha scosso assai poco la coscienza politica del governo italiano, tutto intento da settimane e giorni in esercizi di equilibrismo e cautela che si risolvono, in sostanza, nell'abbandonare a se stesse le coraggiose popolazioni che scendono in piazza nei Paesi del Nordafrica e del vicino Oriente.
Un atteggiamento, quello italiano, tra il pilatesco e il connivente, che, per usare un eufemismo, è imbarazzante e del quale come cittadini democratici dovremmo vergognarci.
Eppure anche oggi, specie negli ambienti politici di area governativa (vedi i megafoni del leghismo più sguaiato) si gridava all'allarme per il rischio di una "invasione islamica" dell'Italia a causa dei sommovimenti in corso in Libia e altrove.
Altro che guardare con simpatia e solidarietà a questa massa di persone che rischia la vita per far crollare sanguinosi regimi dittatoriali che da decenni opprimono i loro popoli con l'assenso di Paesi come l'Italia cui ha fatto comodo armare e appoggiare i despoti, fornitori di petrolio, partner del business e crudeli repressori delle migrazioni indesiderate. In altre parole, "amici da non disturbare", come si dice nella Repubblica del bunga bunga.
La bufala dell'integralismo che ci minaccia nelle piazze in rivolta è incredibilmente rilanciata anche oggi da politici e organi di stampa che evidentemente non temono di sfiorare il ridicolo.
Certo, costoro hanno buon gioco nel seminare menzogne, dopo anni di allucinante disinformazione e silenzio su ciò che realmente stava succedendo nelle società civili di quei Paesi.
Ci siamo limitati a curare e a raccontare i fruttuosi rapporti dei nostri governi e poteri industriali con gli autocrati e con i loro oligarchi.
Che nel villaggio globale dell'era Internet qualcosa stesse radicalmente cambiando nei popoli, era forse un evento ovvio ma troppo scomodo da raccontare e da studiare (non parliamo, poi, di incoraggiarlo...).
Meglio inventarsi la balla mega-galattica delle armi di distruzione di massa e massacrare gli iracheni (chi pagherà mai per questo orrore?) e oggi non muovere un dito per aiutare gente veramente bisognosa...
Gente che in Libia e altrove va in piazza e chiede sostanzialmente pane, giustizia e libertà; per sé come per noi altri.
È lecito domandarsi se sia stata la difesa dei perversi e redditizi intrecci economici e politici, la diffusa malafede del potere, la scaramanzia o semplimente la negligenza di chi predica sempre la meritocrazia (altrui), a negare alla nostra opinione pubblica una sia pur minima conoscenza della realtà sociale di quei Paesi, la possibilità di farsi un'idea di ciò che covava sotto la sabbia.
Davanti a questi fallimenti, c'è davvero di che dubitare dello spessore di politici, diplomatici, editorialisti, esperti di geopolitica che compongono il pensiero mainstream. Per non parlare dell'intelligence. Che cosa di buono ci si può aspettare da un sistema di potere così assortito? La pulsione forte è quella della pedata...
Quante altre le "amnesie" telecomandate che ci propina quotidianamente per intralciare i processi di emancipazione umana, per conservare le posizioni di privilegio di qualche oligarchia, per alimentare la propaganda menzognera di qualche partito che fa delle fobie fabbricate ad arte la sua fortuna elettorale e di pesante occupazione del potere?
Uno degli aspetti più irritanti, accanto alle goffe performance di personaggi come il ministro degli Esteri italiano, è l'insistenza di chi continua - come un disco incantato - a diffondere allarmismo e propaganda di bassa lega. Di chi vorrebbe ridurre tutto a un problema di polizia (ricordate quando Maroni la voleva addirittura mandare in Tunisia: il dittatore Ben Ali appena cacciato e l'Italia cosa offre? Un po' di repressione dei migranti) o di chi semplicemente tende a lavarsene le mani per non offendere gli amici dittatori; altro che visioni strategiche ed "esportazione della democrazia" per consolidare nuovi e fecondi equilibri geopolitici. D'altra parte, se fondi il tuo potere sulle paure e sulle minacce (quasi sempre puramente fantasiose), rischi la disoccupazione se lo scenario cambia...
È francamente imbarazzante ascoltare lezioni di democrazia, nelle piazze del Cairo, di Tripoli o nelle giovani voci tunisine per le vie di Lampedusa: la descrizione del sogno occidentale di libertà nelle parole di persone dipinte univocamente da nostri ministri e partiti di governo come un potenziale pericolo finanche di stampo terroristico.
Una lezione peraltro non percepita, dato che tuttora, mentre il sangue dei civili scorre per le strade di Tripoli, l'Italia tentenna di fronte ai massacri perpetrati dall'amico del premier che sei mesi fa occupò Roma con la sua tenda piena di amazzoni.
Anche una parte della sua tecnocrazia ha abbandonato indignata il sanguinario Gheddafi e anche fra i militari c'è chi diserta; Roma che cosa aspetta a dire qualcosa di sensato e di forte?
Lo meriterebbero le popolazioni del Mediterraneo che hanno la forza di ribellarsi e di farsi interpreti di valori fondativi dell'idea occidentale di democrazia che noi stiamo calpestando fra un bunga bunga e l'altro.

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