Istruzione, l'Italia in coda: siamo un popolo ignorante

Italiani bocciati sia in lettere che in matematica, piazzandosi addirittura ultimi per competenze alfabetiche, ovvero di lettura e comunicazione, tra 24 stati tra i più industrializzati del mondo. Ma non va molto meglio se si guarda alla capacità di far di conto, con il penultimo piazzamento. I dati, arrivati da un'indagine promossa dall'Ocse e realizzata per l'Italia dall'Isfol, sono definiti «allarmanti» dai ministri del Lavoro, Enrico Giovannini, e dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza

Italiani bocciati sia in lettere che in matematica, piazzandosi addirittura ultimi per competenze alfabetiche, ovvero di lettura e comunicazione, tra 24 stati tra i più industrializzati del mondo. Ma non va molto meglio se si guarda alla capacità di far di conto, con il penultimo piazzamento. I dati, arrivati da un'indagine promossa dall'Ocse e realizzata per l'Italia dall'Isfol, sono definiti «allarmanti» dai ministri del Lavoro, Enrico Giovannini, e dell'Istruzione, Maria Chiara Carrozza, che però spiegano come il Governo abbia già «adottato diverse misure» e sia pronto anche ad adottarne delle altre per rilanciare l'istruzione.
Guardando più da vicino le cifre, gli italiani, in una scala che va da zero a 500, nelle abilità alfabetiche, fondamentali per vivere e lavorare, riescono a raggiungere un punteggio pari solo a 250, contro una media Ocse di 273, capitanata da Paesi come il Giappone e la Finlandia.
La situazione peggiora scendendo al Mezzogiorno e il confronto internazionale diventa più duro se si analizzano le competenze dei laureati. Infatti l'Isfol evidenzia come «il deficit del nostro Paese è più accentuato per i livelli di istruzione più avanzati». Tra l'altro nella Penisola solo pochi, meno del 30% degli adulti, risultano sopra la soglia che l'Ocse giudica indispensabile: quindi il 70 per cento degli italiani non sarebbe in grado di leggere un testo mediamente complesso o affrontare operazioni aritmetiche. E per i Neet, i giovani che nè studiano nè lavorano, la quota è pari ad appena il 5%.
Tuttavia l'Isfol rileva anche delle piccole note positive, rispetto al passato: «si riscontra un processo di contenimento dell'analfabetismo, si riduce la forbice tra anziani e giovani», così come si raccorciano le distanze tra uomini e donne. Passi avanti comunque ancora troppo limitati. Si tratta di numeri che per Giovannini e Carrozza impongono «un'inversione di marcia». L'esecutivo si dice preoccupato soprattutto per i Neet. Con il decreto Lavoro dello scorso giugno e il decreto Scuola approvato a settembre, «sono stati stanziati complessivamente oltre 560 milioni di euro per il triennio 2013-2015», ricordano i due ministri che sottolineano come per identificare ulteriori interventi sia stata costituita «una commissione di esperti», chiamata a «proporre specifiche misure».
L'associazione sindacale Anief intanto sollecita «obbligo dell'istruzione a 18 anni, più ore in classe e riforma dell'apprendistato; occorrono subito fatti. A iniziare dall'innalzamento dell'obbligo scolastico, a causa del quale ogni anno perdiamo 700mila alunni, passando per una maggiorazione del tempo scuola, incautamente ridotto del 10% a seguito delle riforme Gelmini, e per l'attivazione di un collegamento capillare del mondo formativo con le aziende».
«La verità - ha affermato il professor De Mauro, intervistato ieri su RadioTre - è che il problema non è nelle scuole, poiché fra i ragazzi con meno di 15 anni abbiamo medie superiori a quella europea, ma negli adulti». Gli italiani, cioè, dopo le scuole smettono di leggere (7 su 10 dichiarano di non aver letto nemmeno un libro nell'ultimo anno), di studiare, di informarsi. Una situazione che è comune in vasti strati della popolazione, anche di buon livello scolastico e di preparazione: «Pure i dirigentio i manager laureati smettono di istruirsi e di leggere». Colpa di una mentalità diffusa: «Sembra quasi - ha detto De Mauro - che la cultura venga vista come costosa e senza benefici, quando sappiamo bene che il nostro Paese, con la sola cultura, potrebbe vivere di rendita».

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