«La fusione dei Comuni non è un'alternativa»

Lo scrive in un intervento sull'Adige Lorenzo Dellai. L'ex governatore del Trentino poi difende le Comunità di Valle: «Con le loro luci e le loro ombre non sono nate per un capriccio, ma per dare risposta a queste tematiche tutt'ora aperte. La loro istituzione ed il loro avvio, sotto la guida appassionata e lucida di Mauro Gilmozzi, avevano tracciato, con tutti i limiti, un sentiero di riforma che puntava a tre grandi mete» I tuoi commenti

DellaiNon vorrei spegnere i facili entusiasmi che fanno capolino nel dibattito sull'accorpamento dei Comuni trentini, ma ritengo utile sollevare alcune questioni che mi sembrano un po' sottovalutate.
La presenza di tanti piccoli Comuni è una caratteristica storica del Trentino. Rappresenta un valore in termini di senso di appartenenza e di identificazione con il territorio ma può certamente costituire oggi un problema sul piano della gestione delle risorse.


La crisi spinge verso sistemi sempre più verticalizzati e centralizzati: dubito che sia la direzione giusta, ma di fatto è così e compito della politica è però quello di evitare che ciò travolga il valore della partecipazione e della democrazia e non sia banalizzato il senso della dimensione intermedia, dei rapporti corti, della «virtuosa lentezza comunitaria» complementare alla inesorabile cultura della velocità del mercato globale.

 

Ma anche al di là di questi scenari, che pur devono far riflettere un territorio che voglia mantenere la sua positiva anomalia, ricordo che accompagnare il processo di aggregazione tra Comuni è sempre stato un obbiettivo della Provincia, anche attraverso cospicui contributi assegnati dalla Regione, in qualche caso temo non proporzionati ai reali risparmi di spesa ottenuti. Questa politica è bene continui, entità dei contributi a parte, perché non c'è dubbio che in molte situazioni la fusione può risultare una scelta matura e opportuna. Tuttavia, la Provincia non può fare con i Comuni come le potenze coloniali hanno fatto nel disegnare a tavolino i confini degli Stati del Nord Africa. 

 

Perciò si tratta di un processo che richiede del tempo e soprattutto di ipotesi che a regime potranno ragionevolmente ridurre il numero dei comuni di un terzo nella migliore delle ipotesi e già sarebbe una rivoluzione. Leggo però - e questo è l'aspetto per me non convincente - che l'impulso alla fusione dei Comuni, più o meno pilotata dall'alto, viene di fatto presentato come via d'uscita per poter cancellare l'esperienza delle Comunità di Valle, da molti valutate come il toro valuta un drappo rosso nell'arena, con la stessa capacità di cogliere il quadro generale. Potrebbe essere teoricamente così, certo, ma occorre essere sinceri fino in fondo e dire a quali condizioni.

 
Facciamo due conti. Il Trentino ha circa 540.000 abitanti. Se togliamo le due principali città, ne restano circa 400.000. Se anche il numero dei Comuni (entro un arco di tempo peraltro da nessuno ipotizzabile) passasse dall'attuale 210 a 140 (e sarebbe, come ripeto, una rivoluzione) la taglia media dei nuovi comuni sarebbe di circa 2.800 abitanti. Qualcuno ritiene ragionevolmente che tale dimensione sarebbe sufficiente a risolvere i problemi di scala dai quali parte tutta questa discussione, in modo da superare la necessità di un livello intermedio tra Comuni e Provincia? E non mi riferisco ai servizi comunali da gestire in forma associata (per questi, sento dire, si procederà a forme di aggregazione funzionale libera e sarà interessante valutare tra qualche anno i risultati ottenuti); mi riferisco alle funzioni che la LP 3/2006 trasferisce dalla Provincia ai Comuni, con l'obbligo di esercitarle attraverso le Comunità di Valle (urbanistica; politiche sociali; sviluppo economico locale; infrastrutture e servizi sovracomunali e via dicendo). Ritengo francamente di no.
 
Dunque, non rimarrebbero allora che tre alternative. La prima: la Provincia si riprende nuovamente tutte queste funzioni (ma allora piantiamola di parlare di Provincia piglia tutto e di territori protagonisti e via dicendo). La seconda: i Comuni, pur dopo una robusta e massiccia fase di fusioni, visto che rimangono per questa finalità in ogni caso troppo piccoli, si avvalgono per tali funzioni di un ente intermedio di loro emanazione (e torniamo così ai tanto deprecati Comprensori: ma la somma di tante legittime visioni municipali può comporre da sola una visione politico-programmatica di valle, perché questo comportano le funzioni trasferite?). La terza: si procede a fusioni ancora più massicce, fino ad arrivare alla soglia dimensionale media che le indicazioni di molti esperti ipotizzano come ottimale (tra i 10.000 e i 20.000 abitanti). In tal caso avremmo da una ventina a una quarantina di Comuni circa, ciascuno dei quali (se la scelta sarà quella più drastica) potrebbe avere la dimensione per esercitare le funzioni che la legge mette oggi in capo alle Comunità di Valle.
 
Resterebbe il tema di come valorizzare o costruire forme di partecipazione e di gestione collettiva in tutte le piccole comunità che verrebbero private della propria personalità istituzionale: tema questo che nessuna furia riformatrice e nessuna pulsione razionalizzante può eludere, se non volgiamo diventare, tra non molti anni, un territorio anonimo e spento. Ma occorre anche dire, aggiungo, che la soglia dei 10/20.000 abitanti nella pianura padana, fatta di urbanizzazione concentrata, è un conto, mentre nelle aree alpine come la nostra, con la presenza di centri abitati piccoli e diffusi sul territorio, è un conto ben diverso.
 
Le Comunità di Valle, con le loro luci e le loro ombre, non sono nate per un capriccio, ma per dare risposta a queste tematiche tutt'ora aperte. La loro istituzione ed il loro avvio, sotto la guida appassionata e lucida di Mauro Gilmozzi, avevano tracciato, con tutti i limiti, un sentiero di riforma che puntava a tre grandi mete. In primo luogo, la riforma della Provincia, che doveva privarsi di molte incombenze e valorizzare il suo ruolo quasi «statuale» di governo del sistema Trentino e delle sue relazioni esterne.  In secondo luogo, la riorganizzazione non violenta della rete dei municipi, che avrebbero trovato nelle Comunità un ambito di supporto alla gestione delle loro attività per ridurre i costi e migliorare l'efficenza, accompagnando nel contempo le fusioni secondo griglie di ragionevolezza e buon senso; paradossale in questo senso che ad opporsi siano stati invece proprio i sindaci dei piccoli comuni. In terzo luogo, la costruzione di una soggettività istituzionale ma prima ancora culturale e sociale delle nostre valli, che avrebbero avuto una loro precisa responsabilità nel fissare linee di sviluppo locale e nel definire la propria vocazione nel panorama provinciale, al di là della pura sommatoria dei singoli interessi municipali, nel presupposto che dimensione urbana e dimensione della valle debbano entrambe essere rafforzate per un Trentino a «trazione integrale», comunitario e competitivo.
 
Come ho detto un paio di volte, intervenendo doverosamente in punta di piedi e in modo costruttivo nel dibattito, cambiare strada è un legittimo diritto di chi oggi ha l'onore e l'onere di governare. E chi ha governato prima non può mettersi di traverso, magari per un comprensibile senso di attaccamento alle proprie scelte, ma deve collaborare con leale sincerità.
Ciò che però non si può fare, nel cambiare strada, è eludere le questioni, ancora ben presenti, per le quali le Comunità di Valle sono nate: questioni che ho cercato con queste righe di richiamare.
 
Lorenzo Dellai
Deputato, presidente del gruppo parlamentare Per l'Italia
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