Rossi: Vespa ha torto

L'intervento di Ugo Rossi: «L'Autonomia è, in primo luogo, la maturazione di un percorso storico secolare, nella povertà del passato e nel benessere odierno, un percorso lungo il quale è maturata la capacità dei trentini di fare, anziché semplicemente di chiedere, di decidere in prima persona ciò che è bene per la propria comunità, anziché delegare ad altri. E assumendosi naturalmente tutta la responsabilità di queste decisioni» Discutine con Paolo Micheletto sul blogIl commento del direttore P. GiovanettiGuarda il video (AlpiNotizie/Youtube) 

Rossi

Discutine con Paolo Micheletto sul blog

Il commento del direttore P. Giovanetti

Guarda il video (AlpiNotizie/Youtube)

 

«Dimostrare con i fatti di governare bene», scrive su questo giornale il direttore Pierangelo Giovanetti, riferendosi al nuovo attacco all'Autonomia portato questa volta dalla trasmissione televisiva «Porta a Porta»; un ragionamento che condivido, come dirò fra qualche istante, anche confrontando la realtà trentina con altre di questo Paese. Ribadendo però un principio di fondo: l'Autonomia è, in primo luogo, la maturazione di un percorso storico secolare, nella povertà del passato e nel benessere odierno, un percorso lungo il quale è maturata la capacità dei trentini di fare, anziché semplicemente di chiedere, di decidere in prima persona ciò che è bene per la propria comunità, anziché delegare ad altri. E assumendosi naturalmente tutta la responsabilità di queste decisioni.

 

Come si colloca questa vocazione all'autogoverno, questa spinta insopprimibile al fare da sé, nel contesto nazionale? Quale significato conserva, oggi, nel quadro di un mondo globalizzato, dove le frontiere sono scomparse o si sono fatte invisibili? Cominciamo col dire che, fino a prova contraria, la  principale ricchezza dell'Italia è la straordinaria varietà e vitalità dei suoi territori. Per cogliere e far crescere questa ricchezza è necessario saper distinguere quello che va bene da quello che non va bene. Cavalcare acriticamente gli umori di giornata, o fare di tutte le erbe un fascio non serve a nessuno. 

 

Questo significa uscire dal circolo vizioso del «livelliamo tutti verso il basso così siamo più uguali» imboccando la strada del «valorizziamo ciò che funziona per stare tutti meglio». Anche perché solo così si può crescere socialmente ed economicamente. A questo punto un'altra domanda è d'obbligo: il modello Trentino-Alto Adige/ Südtirol è una risorsa virtuosa che, se generalizzata, fa bene all'Italia o è un'anomalia privilegiata che è necessario «normalizzare»? La nostra convinzione è che l'autonomia di cui abbiamo fatto esercizio oculato e responsabile vada capita e valorizzata come opportunità preziosa per un Paese che spreca straordinarie risorse ambientali, culturali e di civiltà. Ecco le ragioni. 
 
Primo. Nei conteggi che vanno per la maggiore si stilano graduatorie che non tengono conto di fattori essenziali e distintivi come: la spesa pubblica regionalizzata, cioè tutto quello che lo Stato spende su un determinato territorio non solo attraverso i soggetti locali ma anche in via diretta; la quantità e la qualità delle competenze «realmente» gestite dalle Regioni; il rapporto con la ricchezza prodotta localmente, per cui più alto è il gettito fiscale più consistenti sono le risorse finanziarie a disposizione; i costi legati alla natura del territorio e alla sua dimensione, inevitabilmente più elevati per le zone di montagna e le realtà meno popolate. 
 
Secondo. Per uscire dall'equivoco permanente nel quale si è incancrenito il dibattito sul rapporto tra Autonomie Ordinarie e Speciali, e non meno tra Speciali del sud e Speciali del nord, occorre riprendere la legge sul federalismo, che stabilisce un principio di equità, in base al quale «la dimensione della finanza delle... Regioni e province autonome, va definita rispetto alla finanza pubblica complessiva, (tenuto conto) delle funzioni da esse effettivamente esercitate e dei relativi oneri… nonché degli svantaggi strutturali permanenti». Se si considerano i vari fattori oggettivi che condizionano la spesa nei territori delle Regioni italiane si può definire uno standard valido per tutti e calcolare il saldo fra questo standard e le imposte localmente pagate: il cosiddetto residuo fiscale. Che la spesa sia gestita più dallo Stato o dalle Regioni non fa differenza, l'importante è che il residuo fiscale sia lo stesso che si osserva nelle realtà confrontabili: per il Trentino, l'Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia quello del restante nord; per la Sicilia e la Sardegna quello del sud. 
 
Terzo. Se si fanno i conti riferiti alla spesa standard che comprende anche i servizi centrali e gli interessi sul debito pubblico, si può scoprire che tra i territori delle Ordinarie solo la Lombardia e l'Emilia Romagna hanno un residuo fiscale positivo. E tra le Speciali che solo Trento e Bolzano pagano più imposte delle risorse standard di cui godono i loro territori. Tutte le altre realtà regionali sono con il segno meno.
 
Quarto. Immaginare una soluzione che, cancellando le autonomie regionali, riporti tutto nelle «mani dello Stato», è fallimentare per due ragioni: la prima è che lo sviluppo italiano è legato alle sue ricchezze regionali (tutte diverse) e che per mettere a frutto queste ricchezze non si può ricorrere ad una logica centralistica e indifferenziata. La seconda è che lo Stato controlla direttamente, e dal centro, quasi per intero il prelievo tributario e per il 70% la spesa sui singoli territori. Inoltre, va ricordato, la gestione statale non garantisce comunque uniformità: basta guardare agli esiti sulla formazione scolastica piuttosto che al funzionamento dei tribunali. In altre parole è soprattutto la cultura locale che condiziona gli esiti. 
 
Quinto. Questo significa che per imboccare una via che non sia ulteriormente dissipatoria delle nostre opportunità e possibilità di crescita, è necessario mettere a punto politiche specifiche per far crescere le Regioni (tenendo conto delle loro peculiarità) e di riflesso il Paese; intervenire in modo deciso per migliorare le politiche di spesa dello Stato (che già oggi rappresentano la quota decisamente più consistente); valorizzare le esperienze regionali che hanno dimostrano, nei fatti, di essere virtuose, indicandole come standard da raggiungere e non considerandole come un'anomalia da eliminare.  
 
Concludendo, è necessario chiarire che, nella situazione attuale, la Provincia autonoma di Trento e la Provincia autonoma di Bolzano non godono di privilegi rispetto alla media nazionale. Anzi, rappresentano un modello che dovrebbe essere valorizzato per far crescere un regionalismo in grado di rafforzare lo sviluppo dell'intero Paese, responsabilizzando i singoli territori nel governo della spesa e nella capacità di produrre ricchezza. Inoltre, che il buon livello di performance raggiunto dalle due Province, non è la conseguenza dell'abbondanza delle risorse (vera per un passato ormai lontano), ma della capacità di autogoverno. E, per rispondere alle facili strumentalizzazioni mediatiche, far presente che, se nelle priorità politiche si ritiene più opportuno pagare le protesi dentarie piuttosto che assumere un forestale in più, è una responsabilità esclusiva dell'autonomia locale, con l'unico vincolo di non superare il budget a disposizione e di rispettare i principi di equità, responsabilità e buona gestione. È così che ci piace interpretare la nostra Autonomia: come il diritto di sentirsi in dovere.
 
Ugo Rossi
È Presidente della Provincia Autonoma di Trento
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