L'analisi di Moser

Non era facile, ma ci sono riusciti. D'altra parte, è la specialità della casa, quella del Pd. Lo è sempre stata a Roma, lo è diventata anche a Trento. Dove il primo partito di una coalizione che ha governato per 15 anni l'Autonomia senza una vera opposizione, ha infine abdicato al proprio ruolo. Oggi, in conferenza stampa, Alessandro Olivi ha puntato il dito contro la sua forza: non l'avrebbe appoggiato a sufficienzaCommenta le primarieIl punto di Fabrizio Franchi

di Renzo Moser

nicolettiL'ANALISI DI RENZO MOSER

 

Non era facile, ma ci sono riusciti. D'altra parte, è la specialità della casa, quella del Pd. Lo è sempre stata a Roma, lo è diventata anche a Trento. Dove il primo partito di una coalizione che ha governato per 15 anni l'Autonomia senza una vera opposizione, il partito che pure chiude la legislatura con un suo uomo al vertice della Provincia, il partito che avrebbe dovuto essere il motore della coalizione del dopo Dellai, liberandosi finalmente da quella strana e alla lunga malsopportata condizione di superiorità numerica e inferiorità di rango nei confronti del Principe, ha infine abdicato al proprio ruolo. Evaporando tra salottiere contrapposizioni di leader emergenti, o presunti tali, e infiniti tira e molla su regole e nomi, che nascondevano in realtà un vuoto di iniziativa politica, e, palesemente, anche di intelligenza politica, e che sabato sera è emerso in tutta la sua gravità.
Regalando, come è stato fatto, la presidenza della Provincia a Ugo Rossi e al Patt, il Pd si rassegna a un ruolo subalterno per i prossimi anni della politica trentina e del governo del Trentino. Un'incognita anche per la tenuta della coalizione, tanto più se teniamo conto delle innegabili difficoltà in cui versa l'altro partito del centrosinistra, l'Upt.
Sarebbe fin troppo facile elencare gli errori del partito in questi ultimi mesi, a cominciare dal gran rifiuto di Alberto Pacher, le cui motivazioni appaiono, a tutt'oggi, assai poco convincenti. Ma davvero non è il caso di andare troppo in profondità, per capire le ragioni della più cocente sconfitta subita dai democratici trentini. Non occorre scomodare l'incapacità di dare risposte alle nuove domande che emergono dal basso, o l'inevitabile disaffezione riconducibile alle disastrose vicende romane del partito. Basta molto meno. 

Basta ricordare e sottolineare la sufficienza e la supponenza con cui il vertice del partito, a cominciare dal segretario Nicoletti, peraltro in cospicua compagnia, ha affrontato e seguito la campagna delle primarie. Che non erano, come forse in troppi pensavano, primarie di partito. Non era una questione interna al Pd, un gioco, per così dire, a somma zero, nel quale, comunque vada a finire, il partito vince. Erano primarie di coalizione, tra partiti concorrenti; e rischiano di essere, per la particolare situazione politica del Trentino, le «vere» elezioni del nuovo presidente della Provincia.
Primarie di questa natura si affrontano con un altro spirito, con altre armi, con altra strategia. Si va «à la guerre comme à la guerre». Primarie di questa natura si vincono non solo con il confronto delle idee, con gli slogan e gli aperitivi in piazzetta, ma con quella che una volta era la politica delle sezioni, la capacità, cioè, di far presa sul territorio, di mobilitare la base, di andarla a cercare, se serve. Ma per farlo bisogna conoscerla, incontrarla, frequentarla, convincerla. Non è solo una questione di apparati: è la partecipazione, quella vera, reale. Quella virtuale, fatta di tweet, sms o catene di S. Antonio di verbosissime mail non basta. Così come non basta affidarsi e sperare nel cosiddetto voto d'opinione. Politica di bassa lega? No, politica «alta», per arrivare alla quale, però, serve quella citata intelligenza politica che in questo momento sembra far difetto al Pd. Rossi e il Patt, su questo fronte, non hanno improvvisato. I dati di affluenza, e di consenso, nelle rispettive roccaforti sono illuminanti. Così come lo sono per il Pd: Olivi è caduto in ambiente «amico». Non perché a Trento, Riva o Rovereto gli elettori gli abbiano preferito Rossi, ma perché a Trento, Riva e Rovereto hanno votato in pochi. D'altra parte, qual è stato il contributo alle primarie del segretario Nicoletti? O del sindaco Miorandi? O di molti altri personaggi di primo piano del partito? È stata una resa, e, soprattutto, una resa fino all'ultimo inconsapevole.
r.moser@ladige.it
Twitter: @moserladige

 

I FATTI

 

TRENTO - Il giorno dopo la dura sconfitta alle primarie del proprio candidato, Alessandro Olivi, nel Pd c'è un clima di tutti contro tutti. Molte le critiche piovute addosso al segretario Michele Nicoletti e al presidente dell'assemblea Roberto Pinter per la gestione del processo. C'è chi chiede di cambiare tutto, come la renziana Elisa Filippi, chi, come Gennaro Romano, domanda le dimissioni di Nicoletti e Pinter e chi, come Margherita Cogo, chiede un «congresso straordinario» del partito e «un ripensamento della classe dirigente». Nicoletti e Pinter, però, controbattono con forza. Il primo spiega che la responsabilità è di molti dirigenti che non si sono impegnati a sufficienza. «Sono molto stupito che molti nostri dirigenti non si sono resi conto» dell'importanza delle primarie che «richiedeva un supplemento di impegno e non hanno fatto la loro parte» dice Nicoletti. Il segretario, poi, apre a un azzeramento del partito provinciale. «Faremo una riunione e da me in giù, tutti coloro che hanno un incarico nel partito, dovranno presentarsi con la disponibilità a rimettere il proprio mandato» spiega il segretario. L'impressione è che, sia per i componenti del coordinamento sia per quelli dell'assemblea del partito, si arrivi presto a una resa dei conti. 

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