«Donando gli organi la vita continua»

di Luisa Pizzini

«La vita continua». Mamma Graziella Gerosa lo ripete spesso mentre racconta la sua storia a chi la ascolta, rapito. Lo ripete, come ha fatto ogni giorno per darsi la forza negli ultimi quattordici anni, e lo dice come se volesse ridimensionare quel gesto compiuto il 29 marzo del 2001. Non per minimizzarlo però, al contrario. Per far capire agli altri che tutti lo possono fare, che anche chi sta vivendo un dolore immenso come quello che è toccato a lei quando ha perso il suo unico figlio può decidere di fare un grande atto d’amore. «La vita continua». Nel vero senso della parola, perché con un semplice «sì» è possibile acconsentire alla donazione degli organi di una persona cara. Graziella lo ha fatto per suo figlio, Franco Lorenzi. Aveva ventisette anni quando i medici del neurochirurgico di Verona ne decretarono la morte celebrale, tredici giorni dopo il terribile incidente stradale in cui rimase coinvolto sull’A4 a Peschiera. Ma proprio in quel giorno, mentre lo stava perdendo, mamma Graziella gli ha nuovamente dato la vita acconsentendo all’espianto degli organi che hanno permesso di continuare a vivere ad altre quattro persone.

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Graziella, immagino non sia facile ricordare il giorno in cui ha perso suo figlio Franco.

Tutti pensano che io faccia fatica a parlarne, ma non è vero, perché c’è Franco dietro di me. Ogni mattina mi alzo e lo saluto guardando quella foto, scattata durante la sua ultima estate al mare. Gli parlo di continuo. È stata dura certo, mi ci sono voluti due anni per ricominciare, ma ora racconto questa storia attraverso l’Aido (l’associazione italiana donatori organi) nelle scuole, ai corsi per infermieri. Soltanto quella sera durante l’evento organizzato dall’associazione al teatro Zandonai ho avuto paura: perchè tra il pubblico c’era tanta gente che mi conosce, mi saluta per strada. Gente che sa che mio figlio è morto ma che fino a quel giorno non sapeva che avevamo donato i suoi organi. Quando lo sanno mi fermano, mi abbracciano.

Quando ha iniziato a raccontare la vostra storia per far capire l’importanza del donare gli organi?

Tutto è cominciato una sera. Erano passati tre mesi dalla morte di Franco e stavo guardando una trasmissione sulla donazione degli organi su Rttr. Ho assistito alla telefonata del rappresentante di un’associazione che è contraria alla donazione e mi sono arrabbiata. Ho preso il telefono e sono intervenuta per dire la mia e poi mi sono rivolta al dottor Maurizio Ragagni (coordinatore del servizio trapianti, ndr) che era presente in studio. Gli ho detto “Vada avanti sulla sua strada, dottore”. Nei giorni successivi è stato lui a cercarmi ed a chiedermi di raccontare la nostra storia per l’Aido.

Prima del giorno in cui ha acconsentito alla donazione degli organi di suo figlio, lei si era mai interessata della possibilità di donare gli organi? Ne avevate mai parlato assieme a lui?

No. Non ci avevo mai pensato e non ne avevo parlato con lui. Sono stati i suoi amici più cari, quelli che ancor oggi vengono a trovarmi con le loro famiglie, a spiegarmi che avevano affrontato l’argomento in una delle loro serate assieme a Franco. Sono arrivati in ospedale ancor prima di noi il giorno dell’incidente, venivano a trovarmi ogni sera mentre lui era in rianimazione e quando i medici ci avevano preparato al fatto che per lui era ormai finita mi hanno parlato dell’intenzione di donare gli organi. È stato allora che ho deciso di portare avanti la sua volontà e loro in questo mi hanno sostenuto.

Quindi è stata lei in ospedale a dare il consenso...

Lo ricordo ancora il sorriso sul volto del dottor Livenza quella mattina. “Lei non immagina nemmeno che grande dono d’amore ha appena fatto”, mi ha detto.

Che cosa ha potuto donato Franco alle persone in attesa di trapianto?

Il cuore è stato donato ad una persona di Verona. Il fegato ad un’altro paziente di Padova. E poi i reni, uno sempre a Verona e l’altro a Treviso.

Raccontare questa storia, la vostra storia, è anche un modo per tenere vivo il ricordo di Franco.

A dir la verità ho detto agli amici dell’Aido che mi piacerebbe se si facesse avanti anche qualcun’altro, qualche altra mamma che ha fatto la mia stessa scelta. Ma non tutti hanno la forza di farlo. E allora continuo. È così che la vita va avanti, anche se ogni sera quando chiudo gli occhi rivivo quei giorni in ospedale. Però Franco è sempre con me ed è lui che mi dà la forza.

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