Curie, la scuola del futuro è già qui

Una scuola sempre più agganciata al mondo del lavoro, ma che non deve rinunciare a formare persone fornite di solide basi culturali. Anche perché, in un mondo in cui la vita professionale durerà più delle professioni stesse, è necessario che il sistema scolastico dia sempre più ai giovani la capacità di leggere la realtà e di prevederne i mutamenti.Sono queste le principali indicazioni emerse sabato mattina al convegno «La scuola del futuro», organizzato dall’Istituto superiore Marie Curie

di Giorgia Cardini

Una scuola sempre più agganciata al mondo del lavoro, ma che non deve rinunciare a formare persone preparate e fornite di solide basi culturali. Anche perché, in un mondo in cui la vita professionale durerà più delle professioni stesse, è necessario che il sistema scolastico dia sempre più ai giovani la capacità di leggere la realtà e di prevederne i mutamenti.
Sono queste le principali indicazioni emerse sabato mattina al convegno «La scuola del futuro», organizzato dall’Istituto superiore Marie Curie per presentare il progetto che dal 2011 ha portato sempre più la scuola a contatto con le imprese, fino a scegliere di rendere curricolari i tirocini formativi che ogni anno impegnano i ragazzi di quarta superiore.

Al di là delle critiche e delle proteste di sabato mattina (qui la cronaca), il convegno introdotto dalla dirigente Sandra Boccher ha fornito spunti utili a indirizzare meglio le scelte didattiche di tutta la scuola superiore. A dare l’idea di una comunità già «avanti», almeno a Pergine, sono stati i saluti e le sollecitazioni in cinque lingue (tedesco, italiano, inglese, francese, arabo, senza dimenticare la poesia «Africa» in lingua ghanese, composta e letta da uno studente del centro Eda) con cui sono stati accolti i diversi relatori, letti da studenti specchio di una società profondamente trasformata: italiani, marocchini, arabi, africani a testimonianza di una scuola che al suo penta o esalinguismo non vorrebbe rinunciare per il trilinguismo caro a Ugo Rossi.

[[{"type":"media","view_mode":"media_preview","fid":"200696","attributes":{"alt":"","class":"media-image","height":"180","style":"float: right;","width":"180"}}]]Anche perché i risultati dell’offerta del Curie sono buoni: il neo rettore dell’Università di Trento Paolo Collini ha infatti parlato di soddisfacenti performance degli studenti di Pergine iscritti all’Università, soprattutto a scienze sociali e ingegneria, con pochi abbandoni e molte lauree magistrali.Quanto al collegamento col mondo del lavoro, sia la dirigente provinciale del Dipartimento della Conoscenza Livia Ferrario sia l’assessore all’Industria Alessandro Olivi hanno sottolineato l’importanza di momenti formativi extra-scolastici. Per Olivi, «la vita lavorativa di una persona ormai è molto più lunga della vita dei “lavori”» e per questo il compito della scuola dev’essere quello di individuare fuori dalle aule le nuove necessità professionali, per orientare meglio il processo formativo. Ma l’investimento sul capitale umano, per l’assessore, resta fondamentale per uscire dalla crisi: un’idea condivisa anche dal rettore, che ha parlato di una «formazione che non può solo essere finalizzata a un mestiere, ma deve dare la possibilità di un’evoluzione lungo il corso della vita».

Paolo Burli della Cgil (intervenuto a nome di tutti i sindacati) ha sottolineato però la necessità di estendere l’obbligo scolastico fino ai 18 anni per limitare la dispersione e consentire all’ascensore sociale (quello che può portare i figli degli operai a diventare ingegneri) di rimettersi in moto: «Conosco persone che, messe in cassa integrazione, non hanno più potuto far studiare i figli all’università». Per Burli, va concretizzato perciò il diritto allo studio, ma la scuola deve imporre ai docenti la formazione continua.

A sottolineare l’importanza della scelta del Curie in merito ai tirocini formativi nell’ottica di «uno scambio permanente tra scuole e imprese» è stato poi Luca Arighi, direttore generale di Adige Spa e componente della giunta esecutiva di Confindustria, che ha chiesto alla Provincia sgravi sul costo del lavoro per le aziende che collaborano con le scuole e l’università, o «buoni formativi» che diano diritto alle stesse aziende di avere come docenti per il proprio personale i professori degli istituti coinvolti negli scambi. Per il presidene dellìAssociazione Artigiani Roberto De Laurentis, però, gli stage alle volte sono inutili: «Le aziende devono ri-formare quanti escono dalle aule. Per questo la scuola dovrebbe aprirsi prima al mondo del lavoro, per un trasferimento non solo di conoscenze professionali, ma umane, perché gli artigiani lavorano così: formando staff, team, squadre che lavorano per un obiettivo comune». Una capacità di lavorare in team che, per Paolo Tonelli della Cooperazione Trentina, è la prima vera innovazione da portare nelle imprese. «Per non soccombere all’innovazione tecnologica che punta a sostituire l’uomo con le macchine».

Spunti interessanti sono arrivati dal dibattito finale del convegno. Nicoletta Molinari , direttrice della cooperativa CS4 (8 sedi e 120 dipendenti), ha parlato della disponibilità della cooperativa di avviare persorsi formativi e di auto-imprenditorialità a favore di donne svantaggiate e di giovani: «Mettiamo questa possibilità a disposizione delle scuole e delle aziende, ma servono studi e supporto su come muoverci».

Un altro spunto è giunto dal medico Filippo Gregori, che ha sottolineato come, per un vero sviluppo culturale, Pergine avrebbe la necesità di avere una sede distaccata dell’Università. Gregori ha poi criticato i test di accesso agli atenei e rilevato che spesso chi esce da scuole e università non trova lavoro solo perché non sa scrivere un curriculum. «Servirebbero corsi appositi per questo», ha detto.

 

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