Per gli studenti arriva il social network scolastico. In viale Verona, al Centro di formazione professionale dell'Upt (Università popolare trentina), da poche settimane è stato attivato il «Facebook interno», ma con «rete di protezione». Come Facebook, il sistema permette di condividere «in bacheca» i pensieri degli studenti, di mettere in vetrina le notizie, con tanto di «mi piace» che ormai tutti conoscono.


Ma, a differenza del social network più famoso del mondo, quello attivato nella scuola - dove vengono formati operatori ai servizi di vendita e d'ufficio - viene gestito da uno o più docenti, in modo che nessuno possa scrivere frasi offensive o fare del «bullismo telematico». Insomma, trattandosi di minori, c'è una «rete di sicurezza» per evitare gli effetti collaterali della dimensione virtuale.
Si chiama «Upt Wall»: il muro dell'Upt, perché sul muro, di solito, vengono messi i post-it con i messaggi. Il progetto - promosso dal direttore della sede di Trento  Franco Cordin  e dal direttore generale  Maurizio Cadonna  - è stato ideato da  Mirko Lamberti , docente di informatica e processi amministrativi, che al momento ne cura la gestione. L'iniziativa pare piacere a studenti e insegnanti che, all'interno dell'Università popolare, sono sensibili alle innovazioni tecnologiche. L'Upt Wall, la cui implementazione è quasi a costo zero, è ancora in una fase sperimentale. Per ora il «Facebook scolastico» viene utilizzato solo nella sede di viale Verona, dove si contano circa 200 allievi. «Ma l'idea - spiega Cordin, che con Cadonna si è già affidato agli strumenti multimediali (sulle pagine di questo giornale abbiamo parlato delle video-interviste degli ex studenti) - è di estendere l'Upt Wall anche alle sedi di Arco, Cles e Tione».

 

Si tratta quindi di un'utenza molto estesa: 600 studenti. La caratteristica principale è data dall'anonimato: a differenza dei tradizionali social network, lo studente che scrive sulla bacheca comune non compare con nome e cognome (la «regia» peraltro vede chi scrive e interviene bloccando la pubblicazione considerata non adatta). L'idea - ci viene spiegato - è di evitare di fare una copia di Twitter o Facebook - cosa che non avrebbe alcun senso - ma di permettere agli studenti di esprimersi in completa libertà: «l'anonimato controllato» dovrebbe dare la possibilità a chi è timido di raccontare se stesso o il proprio mondo in una condizione di protezione.
«Può anche essere un modo per permettere agli studenti di non rimanere "incatenati" al ruolo che hanno assunto o è stato loro "cucito addosso" in famiglia o nella compagnia degli amici» dice Lamberti.