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TRENTO. L'ultima finta, stavolta, è stata quella definitiva. A 69 anni se n'è andato Evaristo Beccalossi, il "Bec", l'uomo che a San Siro rendeva poetiche pure le giornate di nebbia. Il mondo del calcio lo piange come il 10 dell'Inter per antonomasia, il genio di "scusate se insisto". Ma c'è pure un angolo di mondo dove il suo ricordo si confonde, tra campi di provincia agri e maglie dai colori sbiaditi. Se molti non hanno dimenticato le sue piroette al Meazza, pochi sanno che Evaristo, per una stagione che definire "tribolata" sarebbe puro eufemismo, mise il suo carisma al servizio del Calcio Trento.
Era il campionato di serie D 2012/13, durante l'epoca nebulosa di Fattinger e poi di Bizzozero, quando i sogni di grandezza andarono a cozzare con la cruda realtà di una società inerme. Beccalossi è l'amico, l'uomo della provvidenza, fortemente voluto da Daniele Bizzozero per provare a ribellarsi al destino di un campionato segnato. Con un colpo di magìa che sembra quasi prendere forma, quando il Bec si sistema in piedi vicino alla panchina per guidare la sbandata truppa gialloblù, al posto del tecnico Luciano De Paola, squalificato.
È il 24 febbraio 2013, a Castel Goffredo si gioca Castellana-Trento. Il campo è pesante, gonfio di pioggia e di residui di neve. Scorgerlo lì, tra le tute pesanti e i mugugni della tribuna mantovana, fa un effetto strano. È come vedere un Caravaggio appeso in una stazione di posta. Ma sua presenza è magnetica, riesce a trascinare i giocatori di nome ingaggiati dallo stesso Bizzozero, Roberto De Zerbi, Aimo Diana.
L'ex giocatore di Napoli e Cluj segna direttamente dalla bandierina, una prodezza che il Beccalossi applaude con l'aria sorniona, poi raddoppia su punizione. Il Trento vince 3-1, respira, si illude. Evaristo, a fine gara, sorride ai tifosi interisti che lo circondano fuori dagli spogliatoi. «Bizzozero mi ha coinvolto in questa avventura e io mi sono lasciato contagiare dal suo entusiasmo. Sono uno abituato a vivere di sentimenti e questa squadra mi appassiona. Sono contento di vedere i giocatori così felici», dirà con schiettezza tutta bresciana. Ha voglia di scappare, è atteso a san Siro per il derby (finirà 1-1 con reti di El Shaarawy e Schelotto). Bizzozero occupa la scena con enfasi teatrale, dispensando carezze, bonari rimbrotti, baci e abbracci ai calciatori.
Per tutti è il presidente, De Zerbi gli sussurra in un orecchio: «Questa vittoria è tutta per te» e lui risponde quasi commosso. «Per come è arrivata, può rappresentare la svolta. Io nella salvezza ci credo, eccome, e con me anche i giocatori». Ma la magìa durerà lo spazio di un pomeriggio appena, l'illusione si sgonfierà presto, nonostante i campioni, quel Trento aveva un'anima troppo fragile. Il sipario calerà nel peggiore dei modi, retrocessione e pure un punto di penalizzazione in classifica.
L'eleganza di Evaristo non ne uscirà scalfita, come l'aria da artista prestato alla battaglia che lo accompagnava. Possiamo ricordarlo così: seduto su una panchina di plastica sotto la pioggia di Castel Goffredo, con lo sguardo di chi sapeva che, in fondo, il calcio è sempre lo stesso, a San Siro come in Serie D: una questione di cuore, di piedi buoni e di un'inguaribile follia.


