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TRENTO. Il suo nome evoca subito immagini di difese impenetrabili, trofei sollevati e una presenza in campo che ha segnato un'epoca. Lilian Thuram, francese di origini guadalupensi, è stato un pilastro della Francia Campione del Mondo nel '98, d'Europa nel 2000 ma anche tra le fila di Monaco, Parma, Juventus e Barcellona. La sua eredità non si ferma però ai successi sportivi. Ospite a Pergine, assieme all'antropologo Marco Aime per il primo evento della rassegna estiva della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi, Thuram ha incentrato il suo intervento sull'educazione contro il razzismo da cui nasce il suo libro "Il pensiero bianco".
Non posso che cominciare dalla sua esperienza calcistica. Com'è stata la tua "esperienza Italiana" e com'è ritornare qui?
Tornare in Italia è sempre un piacere. Ho vissuto qui dieci anni e qui sono nati i miei figli. L'Italia per me è come è il mio secondo paese. Gli anni passati qui mi hanno fatto crescere come uomo. Sono arrivato che avevo 24 anni ed era la mia prima esperienza da calciatore fuori dalla Francia. Credo che anche questo, essere straniero dentro un paese, ti faccia imparare tante cose. Ora sono ancora più felice perché ci sono i miei due figli che giocano qui (Marcus nell'Inter e Khéphren nella Juventus ndr.)
Cosa Le ha lasciato il mondo del calcio rispetto al tema dell'attivismo contro il razzismo?
Moltissimo. Quando sono arrivato in Italia mi ricordo che era una novità per me esser dentro uno stadio dove ci sono dei tifosi che ti fanno il verso della scimmia. Quando vivi certe cose da dentro sembra pazzesco e quel che è peggio è che la gente la vedeva come una cosa normale. Mi ricordo ad esempio, quando ero nel Parma, una partita contro il Milan. In campo c'erano Ibrahim Ba e George Weah e i tifosi di Parma cantavano un ritornello che suonava come "Ibrahim Ba mangia delle banane sotto la casa di George Weah". Io mi sono arrabbiato ma i dirigenti e i compagni di squadra mi dicevano di stare tranquillo, senza capire che anche quella era una violenza. Ti comunicano implicitamente che non è grave. Davanti a queste cose bisogna saper prendere parte. Le squadre di calcio non capiscono che se dentro la tua squadra ci sono dei giocatori che si sentono aggrediti e tu non li aiuti, non solo la loro prestazione peggiora ma ti cominciano a vedere in una maniera diversa. È una cosa logica. Per tornare a quella giornata con la maglia del Parma mi ricordo che dopo la partita avevo detto a dei giornalisti che i tifosi dovevano riflettere e pensare a cosa dicessero. Beh, la partita dopo a Udine i tifosi avevano fatto un grande striscione con su scritto: "Thuram devi avere rispetto per noi". Avevano ribaltato le colpe. Quando un giocatore denuncia il razzismo può finire che la colpa è sua.
Nel suo libro scrive che «razzisti non si nasce, si diventa». Esiste una cultura del razzismo?
Certo. La gente fatica a denunciare le cose perché è legata ad una storia. La verità è che l'abitudine di sminuire le persone nere è un fatto culturale. Una struttura che ci portiamo sulle spalle da secoli. Per questo quando io parlo di razzismo dico sempre che bisogna capire a fondo le cose. Per esempio, il fatto che le persone di colore bianco e nero abbiano gli stessi diritti è una novità storica, o ancora che quando sono nato io nel '72 c'era ancora l'apartheid in Sudafrica. Spesso non siamo consapevoli che riproduciamo da secoli un pensiero su cui costruiamo il suprematismo bianco. Molti ancora dicono che essere bianchi è la normalità. Spesso lo spiego ai bambini: gli metto un foglio bianco davanti e gli chiedo di dirmi se pensano di essere davvero di quel colore. Ci sono persone che sono cresciute e piano piano hanno fatto proprio questo immaginario collettivo.
E quindi qual è la via per uscire da questa gabbia di pregiudizi? Che consiglio darebbe ai più giovani?
Ognuno di noi è il risultato delle cose che ha imparato. Le idee sono tante. La prima cosa è di prendere consapevolezza dei propri pregiudizi. Il fatto di viaggiare, di imparare, di mangiare fuori dal mio Paese mi ha insegnato che ci sono sempre altri modi di fare. Quando introietti questo cominci a non avere più paura del mondo. Dove c'è una gabbia bisogna spaccarla.


