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Un regista in mezzo al campo

Sanseverino ha rianimato il Trento

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Arrivi al Briamasco un po’ rassegnato, ti aspetti di assistere alle giocate della prima della classe, l’Adriese, e invece ti ritrovi ad applaudire il Trento. Una squadra finalmente compatta e ordinata, consapevole della propria forza e dei propri limiti, capace di impostare una gara attenta, di chiudere gli spazi senza concedere un metro di campo ai temuti avversari. Ma anche pronta, non appena si abbassa la marea, a mettere la testa fuori e a creare pericoli.

Certo non può essere solo merito dell’ultimo arrivato, l’ex pro Giulio Sanseverino, se il Trento è tornato finalmente a farsi apprezzare per tenuta e gioco, vero però che la presenza del 25enne palermitano ha sicuramente contribuito a rianimare l’anemico centrocampo gialloblù e ad alzare il morale dell’ambiente. Qui, un giocatore con queste caratteristiche e questa personalità, lo stavano tutti aspettando con ansia da almeno due stagioni. Un uomo in grado di dettare i tempi, di gestire i palloni che scottano, magari non appariscente, ma comunque prezioso per come si propone nei disimpegni.

Il pubblico trentino lo ha adottato sin dalla prima giocata, e ora tutti si chiedono se sia arrivato giusto in tempo, per rialzare una squadra che rimane comunque ancora inchiodata all’ultimo posto della graduatoria.

«Io sono fiducioso - ribatte lui con aria sincera - mi ha colpito vedere tutti i miei compagni, anche quelli dalla panchina, correre in campo ed abbracciarsi dopo il gol del pareggio. Significa che c’è un gruppo unito e coeso, e questa è la prima e più importante condizione per realizzare una grande impresa».

La D era una novità, il battesimo in fondo non è andato male, un pari con la capolista.

«Al di là della classifica ho visto una buona squadra, con giocatori che hanno qualità per fare bene anche in categorie superiori. Possiamo dare sicuramente di più, ma in ogni caso non meritavamo di perdere, perché abbiamo fatto la gara giusta, di ritmo e di intelligenza».

Il carico di aspettative è alto, serve come il pane un regista in mezzo al campo.

«Sono pronto, nelle ultime due stagioni ho fatto il play e credo di essermela cavata abbastanza bene. E’ un ruolo che mi piace, perché mi consente di toccare tanti palloni e di essere sempre nel vivo del gioco».

Qualche offerta in C non mancava, eppure ha scelto di scendere in D, per giunta con l’ultima in classifica.

«In Lega Pro si innescano dinamiche particolari, le società cercano soprattutto i giovani e per i cosiddetti over gli spazi si riducono. Certe volte provano a prenderti per la gola dal punto di vista economico, e magari per orgoglio o perché sei convinto di valere di più, dici no. Ho preferito puntare su una società che ha dimostrato sin da subito di avere fiducia in me. E credo proprio di aver fatto la scelta giusta, ho trovato una realtà molto organizzata e una squadra estremamente viva, che lotterà sino alla fine. Ne sono convinto».

Trento e il Trentino, li aveva conosciuti ai tempi del Pisa.

«Ho un ricordo molto piacevole del ritiro a Storo, è stata una bella esperienza e mi sono subito innamorato di questi luoghi. Io poi adoro passeggiare, mi aiuta a staccare la spina. Direi che sono capitato nel posto giusto. Trento la vivo come una sfida importante anche per la mia carriera, sento di poter dare ancora tanto e ho una gran voglia di dimostrarlo».

Esordio in A al Tardini in un Parma-Palermo con gente al fianco come Dybala e Ilicic, e un certo Gasperini allenatore, anche quello un bel ricordo anche se finì 2-1 per i ducali con gol di Amauri al novantesimo.

«Sì, ma le emozioni più forti che porto dentro sono quelle della promozione in B con il Pisa. In panchina c’era Rino Gattuso, un allenatore che una cultura pazzesca del lavoro, un martello capace di trasmettere alla squadra la sua grande forza di volontà».

Il mentore però si chiama Beppe Sannino, nome più volte accostato al Trento. Magari è stato proprio lui a suggerirle questa destinazione.

«No. Con Sannino mi sento spesso, mi dà consigli, ma di Trento non abbiamo mai parlato. Gli devo molto, è stato lui a portarmi in ritiro con la prima squadra del Palermo quando avevo solo 17 anni».

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