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Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi
Nuova sfida: Moser vs Divina
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Nuova sfida tra campioni del nostro sondaggio “Mvt - Il campione trentino di tutti i tempi”: oggi è tra la leggenda del ciclismo  Francesco Moser e il calciatore Bruno Divina.

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LO SCERIFFO

In gruppo era stato soprannominato lo "sceriffo", ma è più probabile che l'appellativo l'abbia imposto lui stesso. Come a dire: che tutti sappiano chi è il boss.
Dall'alto delle sue 273 vittorie da professionista (cui vanno aggiunti i successi da dilettante e quelli in pista) Francesco Moser è di gran lunga il ciclista italiano più vincente della storia. Le cinquanta righe di questo pezzo non basterebbero probabilmente a mettere in fila i successi, e se poi - come dice lui - «andassimo a vedere anche i secondi e i terzi posti»...
Nonostante sia sceso dalla bici più di trent'anni fa il suo nome resta uno dei più conosciuti tra appassionati e non, la sua voce una delle più ascoltate da giornalisti e addetti ai lavori.

Ma se Francesco Moser avesse deciso da piccino di non seguire le orme dei fratelli Aldo ed Enzo chi sarebbe diventato?
«Non lo so - risponde lui al telefono dai filari della campagna di Gardolo di Mezzo -. Mi è sempre piaciuto lo sci perché qui in Trentino è lo sport che pratichiamo tutti. A calcio ho giocato da ragazzino in paese, mai in squadre organizzate».
C'è uno sport, a parte il ciclismo, che segue con passione?
«Direi lo sci. Ne ho conosciuti tanti di campioni, da Gustav Thoeni ad Alberto Tomba, da Bode Miller ad Axel Svindal. Con lui è capitato più di una volta di andare in bicicletta assieme. Gli abbiamo pure dato la bici Moser, come anche a Stenmark».
Alla soglia dei 69 anni, quanti chilometri fa Moser in bicicletta?
«Adesso pochi. Sono uscito anche ieri mattina, ma per far chilometri ci vuole costanza: bisogna andare tutti giorni. Non ci fosse stato il virus in questi giorni saremmo al Giro. Lì con Mediolanum facevamo grandi pedalate, ora mi accontento di andare con la mountain bike qui in campagna».

A proposito di Giro d'Italia, come valuta lo spostamento ad ottobre?
«Chiaramente è un ripiego per salvare una stagione finora stravolta. C'è poco da dire se non che bisogna ancora vedere se si partirà e se si potrà seguire da vicino».
Teme una sorta di "porte chiuse" per i tifosi?
«Vedo quanti problemi ci sono per il calcio che si gioca dentro uno stadio. Figuriamoci le difficoltà che possono esserci con il ciclismo che si fa su strada».
Lei è una persona attivissima e sempre in giro: ha sofferto il periodo in quarantena?
«Direi di no. Fino al giorno in cui hanno chiuso tutto, ero in giro. Siamo tornati dalla Malesia, fra i primi a cui misuravano la febbre una volta atterrati. Poi, però, stando in campagna ho potuto fare una vita quasi normale, andavo nei vigneti a lavorare, e a volte anche "su per i boschi" dove non va mai nessuno: mi sono goduto la casa, ho seguito la campagna, cose che prima facevo meno».

In generale come valuta la situazione adesso?
«Secondo me all'inizio chi di dovere ha fatto errori. Bisognava intervenire prima con provvedimenti drastici, non quando i buoi ormai erano scappati. Fino a fine febbraio, nonostante gli allarmi dalla Cina, sembrava che non importasse a nessuno».
Ora ha ripreso la vita normale?
«Più o meno, anche se bisogna sempre avere un po' di timore. Guai dimenticarsi cosa abbiamo vissuto in questi tre mesi».


IL ROCCIOSO DIFENSORE

Tra il 1970 e il 1976 ha collezionato 182 presenze con la maglia dell'Atalanta, con una peculiarità da guinness dei primati. Bruno Divina, roccioso difensore di Borgo Valsugana, ha infatti giocato 150 partite consecutive con la maglia orobica, in barba a infortuni e squalifiche. «Il segreto? Comportarsi bene con l'arbitro e... un pizzico di fortuna, perché sarebbe bastata una botta alla caviglia per vanificare tutto». Settantacinque anni da poco compiuti, ora si divide tra Borgo e la casa in montagna in Val di Sella, continuando a coltivare la sua passione per il calcio. «Lo seguo in tv e quando posso vado a vedere mio nipote Leonardo che gioca nelle giovanili del Venezia. È un ragazzo interessante...».

Eppure la carriera sportiva di Divina iniziò all'insegna di un'altra disciplina, la bicicletta. «Fino a quindici anni andavo in bici. Giocavo anche a calcio, ma più che altro tra amici, nei tornei estivi». La svolta giunse nel 1963 «quando l'amico Bruno Moggio, che giocava nel Rovereto in Quarta Serie, mi chiamò per un provino. Il giorno dopo i dirigenti vennero a casa per convincermi a firmare. Iniziò così la mia carriera: giocavo nella Juniores, in prima squadra c'erano i vari Guerra, Carnevali, Rigotto. Avevo diciotto anni, ricordo che prima del derby con il Bolzano si fece male Pistaffa: l'allenatore, Bruno Quaresima, mi disse che toccava a me. Da quel giorno non mi levò più...». Rovereto è un trampolino di lancio per Divina, che sale in C con la Pistoiese e in B con la Reggina, grazie a doti caratteriali e tecniche non indifferenti. «A quei tempi non c'erano procuratori, c'erano solamente osservatori: sono state due esperienze formative, mi sono fatto le ossa».

L'estate del 1970 è il momento chiave della carriera di Divina. «Mi prese l'Atalanta. Ci sono arrivato nell'ultimo giorno di mercato, quasi per caso. Mi voleva Maestrelli alla Lazio, che già mi aveva allenato a Reggio Calabria, ma finii a Bergamo in uno scambio con Poppi. L'anno dopo la Lazio vinse lo scudetto: a volte ci ripenso...».
A Bergamo, con la casacca dell'Atalanta, il terzino valsuganotto scala ben presto le gerarchie entrando nel cuore dei tifosi. Divina colleziona 182 presenze, segnando anche tre gol, il primo dei quali nel famoso Milan-Atalanta 9-3, partita diventata celebre per essere tutt'ora la gara di Serie A con il maggior numero di reti segnate.
«Ci alternavamo tra serie A e serie B, non era certo l'Atalanta di oggi. C'erano Ottavio Bianchi, Vavassori, l'attuale presidente Percassi, Pierino Fanna. Poi arrivò un giovane Antonio Cabrini: fu lui ad ereditare la mia fascia sinistra...». E spinse così Divina verso casa, nel suo Trentino. «Giocai due anni nel Trento con mister David, poi nel Merano e infine a Borgo. A Trento avevo avviato un'attività commerciale, per quel motivo scelsi di riavvicinarmi a casa».
Rimpianti? «Non aver avuto la fortuna di crescere in un settore giovanile importante. Probabilmente avrei fatto una carriera diversa». Errori? «A 17 anni feci un provino con il Milan: c'era Liedholm a guardarci, mi volevano prendere ma non avevano posti letto in convitto in quel momento: con il senno di poi avrei dovuto comprare un sacco a pelo e dormire in un prato nei pressi di Milanello...».


LA SITUAZIONE NEI TABELLONI

La gara di ieri è stata vinta di misura da Gilberto Gibo Simoni: il ciclista ha avuto 452 voti, distaccando di poco il lottatore ERnesto Razzino che ne ha ricevuti 429. Un vero testa a testa fino all'ultimo.

Tabellone parte sinistra

Tabellone parte destra

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