TRENTO. «Non si vota sulla morte, ma sulla libertà delle persone». È una delle frasi che hanno segnato il confronto sul fine vita in Quarta Commissione del Consiglio provinciale, impegnata nelle audizioni sul disegno di legge di iniziativa popolare numero 67, primo firmatario Fabio Valcanover, dedicato alle procedure per il suicidio medicalmente assistito. A pronunciarla è stato Claudio Eccher, della Fondazione trentina per la ricerca sui tumori, intervenuto in un dibattito che ha fatto emergere posizioni, interrogativi e timori sul delicato confine tra autodeterminazione, assistenza e tutela delle persone più fragili.

«Il disegno di legge non introduce un nuovo diritto», ha sottolineato Filomena Gallo, segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni. L'obiettivo, ha spiegato, è invece stabilire come il servizio sanitario provinciale debba applicare quanto già previsto dalle sentenze della Corte costituzionale. Per Gallo bisogna soprattutto distinguere fra tempi clinici e amministrativi: i primi devono essere quelli necessari a valutare ogni singolo caso, mentre sui secondi è possibile intervenire per evitare attese ingiustificate. La proposta è di concedere cinque giorni per convocare la commissione multidisciplinare e due per comunicare la decisione all’interessato.

Anche Giulia Crivellini, dell’Associazione Luca Coscioni, ha insistito sulla necessità di evitare «zone grigie» nelle procedure. Secondo Crivellini, la Provincia può intervenire sull’organizzazione del servizio sanitario, mentre i requisiti per accedere al suicidio medicalmente assistito restano materia statale. Tra le indicazioni avanzate c’è quella di creare una commissione multidisciplinare permanente, da integrare con gli specialisti necessari a seconda del caso. La volontà, ha aggiunto, deve essere espressa personalmente dall’interessato.

Il confronto si è acceso anche sul rischio che una persona fragile possa scegliere di morire perché si sente sola o addirittura un peso per la propria famiglia. A sollevare il problema è stata Chiara Maule di Campobase, chiedendosi se una disciplina sul suicidio medicalmente assistito possa rappresentare l'inizio di un «piano inclinato» in una società nella quale le reti familiari e comunitarie sono sempre più deboli. «Una persona malata – è il timore espresso dalla consigliera – potrebbe arrivare a percepirsi come un peso per la famiglia o per la società».

Eccher non ha negato il rischio. Proprio per questo, ha spiegato, una decisione può essere considerata realmente libera soltanto dopo avere escluso pressioni e condizionamenti esterni. Prima devono essere messi a disposizione della persona cure palliative, sostegno psicologico e assistenza, garantendo «il massimo supporto possibile». Solo a quel punto, verificati tutti i requisiti, la volontà espressa può essere considerata autonoma e quindi rispettata.

Sul ruolo delle cure palliative è intervenuto anche Francesco Valduga, consigliere di Campobase e medico. Vanno potenziate, ha osservato, ma non possono essere considerate una risposta sufficiente in ogni situazione. Se in oncologia possono consentire un'importante presa in carico della sofferenza, esistono patologie neurologiche degenerative o conseguenze di gravi traumi nelle quali, anche con la migliore assistenza possibile, rimane aperto il problema dell’autodeterminazione.

E proprio sul ruolo del medico si è chiusa una delle parti più delicate del confronto. Richiamando il principio del primum non nocere, Valduga ha osservato che anche «prolungare una sofferenza oltre ogni ragionevole possibilità di controllo» o arrivare all’accanimento terapeutico può rappresentare una forma di danno per il paziente. Per Eccher, il dovere del medico resta quello di fare tutto il possibile per la persona, ma, una volta assicurate cure e assistenza e verificati i rigorosi requisiti previsti, deve trovare spazio anche il rispetto della sua volontà.