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TRENTO. L'Hantavirus Andes, il ceppo finito sotto osservazione dopo l'epidemia registrata nelle scorse settimane a bordo di una nave da crociera, avrebbe una capacità limitata di generare grandi focolai epidemici. È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Eurosurveillance e realizzato dal Centro Health Emergencies della Fondazione Bruno Kessler di Trento insieme all'Istituto superiore di sanità.
I ricercatori hanno utilizzato modelli matematici per simulare la possibile diffusione dell'Hantavirus Andes dopo l'introduzione di un singolo caso in una popolazione completamente suscettibile all'infezione. Sono stati elaborati diversi scenari, variando la percentuale di persone contagiate che vengono isolate in modo efficace fin dalle prime fasi della malattia.
Secondo i risultati dello studio, a quattro mesi dall'insorgenza dei sintomi del caso iniziale un eventuale focolaio di Hantavirus Andes avrebbe difficoltà a superare i 50 casi complessivi. Gli esperti evidenziano inoltre un'elevata probabilità che la catena di trasmissione si interrompa spontaneamente, soprattutto quando oltre la metà delle persone infette viene identificata e isolata tempestivamente.
A favorire il contenimento dell'Hantavirus Andes contribuiscono alcune caratteristiche specifiche del virus. Le infezioni risultano infatti nella maggior parte dei casi sintomatiche e gravi, mentre il lungo periodo di incubazione e l'intervallo di tempo tra un'infezione primaria e una secondaria offrono alle autorità sanitarie un margine maggiore per rintracciare i contatti e adottare misure preventive prima che i soggetti esposti diventino contagiosi.
Gli autori sottolineano comunque alcuni limiti dell'analisi. I parametri epidemiologici utilizzati derivano infatti dallo studio di un singolo focolaio e potrebbero non essere completamente rappresentativi di contesti differenti o dell'attuale situazione epidemiologica. Primi firmatari della ricerca sono Valentina Marziano e Alfredo De Bellis, con Stefano Merler come ultimo autore, insieme al team del Centro Health Emergencies della Fondazione Bruno Kessler e ai ricercatori dell'Istituto superiore di sanità.


