ROMA - Il Quirinale non è nei suoi piani, assicura Giorgia Meloni, "totalmente concentrata" sugli ultimi mesi di governo e la sfida elettorale per "chiedere agli italiani di confermarmi la loro fiducia per altri cinque anni". Ma la premier denuncia un "insopportabile razzismo culturale", per cui "una parte degli italiani, su per giù la metà o più, debba sempre essere considerata figlia di un dio minore, in molti casi da gente che da giovane faceva il tifo per l'Unione Sovietica". "Ma chi lo ha detto che per essere un ottimo presidente della Repubblica si debba per forza venire dal centrosinistra?", l'affondo della leader di FdI, ribadito nelle pagine del nuovo libro di Bruno Vespa. Un veterano del Parlamento come Gianfranco Rotondi, presidente Dc e deputato di FdI, definisce "molto corretta" la linea esposta dalla premier, perché "come diceva Moro, 'al Quirinale non ci si candida, si viene candidati'. Il Colle è un destino che non si sceglie, e anche a Giorgia potrebbe toccare". Nel 2022, ha raccontato di recente Fedele Confalonieri, Meloni propose l'idea a Gianni Letta, che rifiutò "per non far dispiacere Berlusconi", e arrivò la rielezione di Sergio Mattarella. Il mandato presidenziale scade nel 2029 e nel centrosinistra sono convinti che Meloni cerchi il bis a Palazzo Chigi come trampolino per diventare anche la prima donna presidente della Repubblica. Matteo Renzi chiede unità al campo largo anche per "bloccare il disegno" della premier, che "metterebbe le mani sulla Corte costituzionale grazie ai 5 membri nominanti dal Colle". "Tutto perfettamente legittimo - osserva il leader di Italia viva -. Ma anche molto pericoloso conoscendo lo scarso senso istituzionale di questa destra sovranista e antieuropea". Diametralmente opposta la tesi di Meloni: "Le crisi isteriche che vengono alla sinistra ogni volta che si adombra la possibilità che, la prossima volta, possa essere una maggioranza di centrodestra a indicare il presidente della Repubblica la dice lunghissima sulla concezione proprietaria che hanno delle istituzioni". In attesa di capire se si voterà in primavera o in autunno, la campagna elettorale è di fatto da tempo avviata. E la premier è sicura che i suoi rivali tenteranno di "creare il solito 'allarme democratico': lo si vede già nell'enfasi creata attorno alla valutazione che la Corte costituzionale farà della legge elettorale". Anche perché, nota, "è l'unica posizione condivisa nel campo largo", ma "l'allarme antifascista non ha funzionato nel 2022, a maggior ragione non credo funzionerà nel 2027". "I cittadini - assicura - sono molto più maturi di quanto spesso la politica, soprattutto a sinistra, sia solita pensare". A sostegno della sua tesi, la premier rivendica che in questi quattro anni il suo governo "non ha compromesso alcuna libertà" mentre, "se qualcosa si è fortemente radicalizzato in Italia, è proprio l'opposizione". Nel suo bilancio non esita a definire il risultato del referendum "il momento di maggiore delusione", perché si "è persa una grande occasione per l'Italia". Un bivio davanti al quale, racconta, dopo lunghe riflessioni, ha "deciso che, a maggior ragione, occorreva insistere". Il suo obiettivo resta "continuare a lavorare per migliorare la giustizia, renderla più efficiente e meritocratica, liberando la magistratura dalla piaga delle correnti, che rappresentano quelle sì la subordinazione della giustizia alla politica". Un'altra riforma in cantiere è quella della Rai. Meloni puntualizza che se ne sta "occupando il Parlamento" ed è "a buon punto". "Così - dice -, finalmente, toglieremo alla sinistra anche questo argomento. La questione, però, spiega bene quanto siano ridicoli. L'attuale legge sulla Rai è stata fatta dalla sinistra, che l'ha poi usata per anni per definire la governance della Rai. Poi, quando siamo arrivati al governo noi, hanno detto che la legge andava cambiata perché dava troppo potere alla politica in Rai. Ecco, questa è la sinistra in Italia".