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Ma perché in Italia

la politica non si coalizza

sui problemi reali?

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Gli italiani, lo stato e la politica

Caro direttore, da troppi anni ormai, a casa nostra le cose non riescono proprio ad andare per il verso giusto e noi cittadini siamo costretti a vivere e procedere nella più grande incertezza e nella più totale confusione. I governi, senza idee valide e senza vere intenzioni, tutti in realtà “monocolore” e cioè dominati dalle sinistre, si susseguono (a breve e talora a brevissima scadenza) senza produrre nulla di positivo e, cosa più grave, senza che la massa dei cittadini abbia potuto e possa intervenire, costretta sempre e solo a subire. Il “regista” della situazione, imposto e non eletto, si preoccupa solo di mettere insieme i numeri (purchessia) di una maggioranza che, in genere, non coincide con quella reale del Paese e di far sì che quanti predicano la necessità di un cambiamento in realtà operino in modo che nulla cambi. I colori, come i suoni e le opere, anziché produrre una caotica accozzaglia, dovrebbero arrivare a fondersi armoniosamente per ottenere un’opera d’arte concreta, armonica e propositiva. Perché da noi tutto questo si dimostra irrealizzabile? Ben considerando le cose, mantenendo occhi e mente ben aperti, apparirebbe chiarissimo e doveroso accettare il fatto che noi italiani, che pure siamo riusciti nei secoli a produrre capolavori e geni in tutti i campi, abbiamo purtroppo il grave difetto di essere portati all’individualismo ed a non accettare, per questo, di riconoscere il valore della collettività e di capire che il bene di tutti è il bene di ciascuno. Da noi “tutti” fanno politica, anche ed ahimè, soprattutto quelli che, per il loro compito nel campo della giustizia e della difesa dei valori inalienabili (non escluso quello dei pastori di anime) dovrebbero, invece, essere superpartes. Che peccato che le cose stiano così, ma con un po’ di maturità e di buonsenso riusciremmo a diventare, per noi stessi come per gli altri, addirittura invidiabili. Perché non provare ad impegnarsi? 

Giovanni Calcagno

Serve una classe dirigente

In realtà ricordo anche governi di centrodestra (le dice qualcosa il nome di Berlusconi?) e non sono stati al potere per stagioni così brevi.
E ricordo, soprattutto, che sempre meno persone hanno voglia di impegnarsi in politica. Cosa in parte comprensibile, considerato che ormai molti cittadini - sbagliando e cavalcando un odio che è in parte alimentato dagli stessi politici - considerano la politica quanto di peggio ci sia nel Paese. Quando poi si trova qualcuno che ha voglia di impegnarsi, di solito vuole “arrivare” subito, saltando tutte le tappe intermedie - sempre indispensabili per formare invece una classe dirigente degna di questo nome - e andando ad occupare un posto di potere (e possibilmente ben pagato) in dodici secondi. C’è poi, è vero, il tema del personalismo, del leaderismo, del singolo che prevale su tutto, dell’individualismo. Ma è un tema tipico di questa società, di cui la politica altro non è che uno specchio.

a.faustini@ladige.it

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