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Insulti razzisti a Cecile Kyenge

La condanna è confermata

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Quella frase - «Torni nella giunga» - scritta su Facebook e rivolta all’ex ministro Cecile Kyenge, anche secondo i giudici di secondo grado integra il reato di diffamazione aggravata dalla finalità della discriminazione razziale. I giudici della Corte d’appello di Trento, presieduta da Carmine Pagliuga, ieri pomeriggio hanno confermato la sentenza di primo grado per Paolo Serafini, l’ex consigliere circoscrizionale di San Giuseppe - Santa Chiara: dunque condanna a pagare una multa di 2.500 euro e 2.000 euro come risarcimento in favore di ciascuna delle associazioni che si sono costituite parte civile, ossia l’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione), con l’avvocato Giovanni Guarini, l’Atas con l’avvocato Giovanna Frizzi, l’Arci e l’Associazione nazionale dei giuristi democratici con l’avvocato Nicola Canestrini, l’Anpi con l’avvocato Lara Battisti. A questo si aggiunge la condanna al pagamento delle spese legali, per circa 10 mila euro.

La difesa, sostenuta dagli avvocati Mattia Gottardi e Stefano Pietro Galli, aveva invece chiesto l’assoluzione, ribadendo che nelle parole di Serafini non vi era alcuna finalità discriminatoria o razziale («è un processo alle intenzioni») e che l’allora consigliere si era limitato ad esprimere il proprio dissenso verso le iniziative della rappresentante di governo. Dunque una critica politica: «Voleva esprimere l’incapacità e l’incompetenza del ministro, invitandola ad occuparsi di altro (ecco il senso di quel “torni nella giunga”)». Ma i giudici, evidentemente, hanno condiviso la tesi dell’accusa. Ora si dovrà attendere il deposito delle motivazioni: a quel punto la difesa valuterà se ricorrere in Cassazione.

La bufera si era abbattuta su Serafini nell’estate 2013, per le frasi postate sul suo profilo Facebook: «Il ministro torni nella giungla dalla quale è uscita». La procura aveva disposto subito il giudizio direttissimo e chiesto l’oscuramento del profilo Facebook. Gli effetti erano stati pesanti, anche sul piano politico e lavorativo: Progetto trentino lo aveva espulso (ma lui ha sempre sostenuto di essersi dimesso) e Trentino Trasporti gli diede il benservito (poi venne reintegrato).

A maggio 2014 la condanna e poi la battaglia in appello, dove ieri i giudici hanno confermato la sentenza di primo grado. Un epilogo ben diverso, sottolinea il difensore Gottardi, da quello toccato all’ex ministro Calderoli per un caso analogo («Kyenge pare un orango» disse l’esponente del Carroccio). «Nel suo caso la giunta per le autorizzazioni ha negato ai pm di Bergamo il consenso a procedere per l’aggravante della discriminazione razziale. Il Senato, per bocca del Pd, ha detto che quelle parole erano ironiche, che non c’era offesa razziale. Serafini - dice - paga più di Calderoli».

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