La sostenibilità? È anche un fattore industriale”. Quindi, ecco il punto che non sta mai fermo ma si muove con l’innovazione: non è più solo un obiettivo ambientale. Non serve e non servirà semplicemente per metterci in pace con la coscienza e col pianeta ma è ormaielemento di sviluppo. Dominik Matt presidia questa trincea mobile posta tra Unibz e NOI, con tutti i suoi addendi sul piano delladinamica produttiva. È docente di “Industrial engineering” nella facoltà di Ingegneria e dirige il centro ricerche di Fraunhofer Italia al Techpark.


Lei è anche coordinatore della macroarea di automazione industriale a Ingegneria. Intravvede quali prospettive?


Nei prossimi decenni il sistema economico altoatesino sarà attraversato da tre grandi ondate: cambiamento demografico, cambiamento tecnologico e cambia- mento climatico. Sul fronte demografico, lo scenario “base” stimato dal IRE (WIFO) della Camera diCommercio di Bolzano indica che, a condizioni invariate, il benessere misurato come PIL pro capite potrebbe ridursi fino a circa –13,6% entro il 2050 per effetto della diminuzione relativa della popolazione in età lavorativa e dell’aumento della popolazione anziana.

È un punto cruciale, questo?

Assolutamente. Le leve “classiche” - alzare età pensionabile, aumentare ore lavorate, ridurrel’emigrazione e così via aiutano ma non bastano da sole. La variabile chiave è la produttività: produrre più valore per ora lavorata. Qui entra in gioco la prospettiva della nostra macroarea di ricerca “Industrial Engineering & Automation (IEA)”: la competitività non sisosterrà “spremendo” il fattore umano, ma potenziandolo con tecnologia e organizzazione - automazione, digitalizzazione, robotica eottimizzazione dei processi con un focus molto concreto sulle esigenze delle PMI manifatturiere, edili e agricole.

E Ingegneria in questa prospettiva è solo formazione?

Non è solo ma un attore istituzionale che accompagna la trasformazione dell’Alto Adige: da economia storica- mente centrata su turismo, agricoltura e risorse naturali verso un modello fondato su innovazione, trasferimento tecnologico e sostenibilità, contribuendo a rafforzare la competitività del territorio nel lungo periodo.

Come si inserisce su questo terreno? Saremo in grado di coniugare sviluppo e sostenibilità?

La nostra convinzione in Fraunhofer Italia è che la sostenibilità non sia più solo un obiettivo ambientale: è ormai un fattore industriale. Efficienza energetica, gestione intelligente dei materiali e processi ottimizzati riducono costi e rischi. Questo vale ancora di più inaree sensibili come quelle alpine, dove cambiamenti climatici e risorse naturali incidono direttamente su turismo, agricoltura einfrastrutture.

E le tecnologie digitali?

Permettono monitoraggio, previsione e ottimizzazione: dall’energia alla logistica fino alla gestione dell’acqua. L’AI, in particolare, consente decisioni migliori basate sui dati. La vera transizione sostenibile non avviene “contro” l’economia, ma attraverso l’innovazione tecnologica. I territori che sapranno coniugare entrambe le dimensioni avranno un vantaggio competitivo duraturo.

Il rapporto con le imprese?

Fraunhofer Italia contribuisce in modo concreto al trasferimento tecnologico verso le imprese del territorio, traducendo ricerca applicata in soluzioni industriali, prototipi e modelli operativi che aiutano le aziende a innovare riducendo rischi e tempi di adozione”.

Attraverso strategie anche politiche si potranno indurre soluzioni capaci di garantire tenuta sociale e innovazione?

Sì, ma serve una logica “a pacchetto”, non interventi isolati. Vedo tre livelli.

Il primo?

Capitale umano: investire in competenze lungo tutto l’arco della vita (lifelong learning). Non è teoria: molte analisi internazionali mostrano che formazione e competenze sono determinanti per crescita, occupabilità e resilienza (capacità di assorbire shock economici e ripartire).

E ancora?

Ecosistema per innovazione: università, centri di ricerca, imprese, finanza, spazi di sperimentazione (living labs), appalti innovativi. Il NOI Techpark è già un asset forte in questa direzione, perché mette vicini ricerca e trasferimento tecnologico.

Intorno alla tenuta sociale?

Beh, se il costo della vita esclude giovani e famiglie, l’innovazione non “attecchisce”. Qui la politica può agire su regole e incentivi, ma anche le imprese hanno responsabilità (salari, welfare aziendale, housing convenzionato, flessibilità intelligente).

Il lavoro è sempre più destinato a specializzarsi e a richiedere collaboratori di qualità, ma l’attrattività della nostra provincia è spesso messa a rischio da carovita, carocasa giovani laureati in fuga. Si potrà invertire questo trend?

La mobilità dei talenti non è un fenomeno della nostra regione, è globale. I giovani qualificati scelgono contesti che offrono crescita professionale e stabilità economica. Se il costo della vita diventa una barriera, un territorio perde attrattività e dinamismo.

Se vogliamo trattenere e attrarre giovani qualificati, che serve?

Innanzitutto alloggi accessibili - non solo “case”: anche residenzialità temporanea per ricercatori, dottorandi, giovani assunti. E ancora percorsi di carriera credibili e lavori ad alto contenuto di competenze. Serve poi welfare territoriale, cioè mobilità, servizi, conciliazione famiglia-lavoro.

Qui si può fare ricerca e industria di frontiera, non solo “vivere bene”.

Certo. A livello globale, la trasformazione tecnologica aumenta il bisogno di reskilling e upskilling: chi investe su competenze rende un territorio più attrattivo e riduce il rischio di fuga di talenti.

Cosa sta avvenendo nella sua macroarea a questo proposito?

Lavoriamo proprio sul collegamento fra formazione, ricerca applicata e bisogni industriali: processi produttivi, sistemi logistici, automazione, robotica, digitalizzazione con particolare attenzione alle imprese del territorio, prevalentemente PMI, e alle loro specifiche esigenze.

In pratica che significa?

Tesi e progetti con aziende, dimostratori, casi d’uso, trasferimento tecnologico e - tema sempre più importante -competenze ibride: ingegneria + dati + organizzazione. L'obiettivo non è “sostituire l’uomo”, ma aumentare prestazioni e qualità del lavoro con sistemi human-in-the-loop, dove la tecnologia mette l’uomo al centro decisionale e amplifica capacità, sicurezza e produttività.

Unibz sarà in grado di mantenere e anche aumentare la propria connessione col mondo produttivo del territorio?

Io sono ottimista, perché la connessione è strutturale: la Facoltà di Ingegneria e la macroarea IEA sono impostate su temi direttamente agganciati a manifattura, logistica, automazione e Industry 4.0/5.0, con una forte attenzione al contesto di imprese piccole e medie. Per aumentarla ulteriormente, la direzione giusta è: più progetti con impatto misurabile, più laboratori condivisi, più percorsi di formazione continua per chi lavora già in azienda, e più “ponti” fra ricerca e policy pubblica.

Se è possibile fare qualche esempio, come immagina potrà cambiare la nostra vita nei prossimi decenni vista dalla sua lente di ricerca?

Farei tre esempi concreti (non fantascienza). Il primo: fabbriche e cantieri più efficienti e più sicuri: robot collaborativi, cioè robot progettati per lavorare vicino alle persone, ma in prospettiva anche robot umanoidi auto-apprendenti e auto-ottimizzanti, controllo qualità con visione artificiale, manutenzione predittiva. Risultato: produttività/efficienza elevata, meno scarti, meno fermi macchina, più sicurezza.

E ancora?

Gemelli digitali (digital twin), cioè modelli digitali che replicano un impianto o processo reale, per produzione, energia e logistica: simulare scenari prima di investire, ottimizzare flussi, ridurre consumi e tempi. È un modo molto diretto di aumentare produttività in un territorio con vincoli demografici, diventa vitale.

Pensa poi al clima?

Certo, adattamento climatico guidato dai dati: gestione più fine dell’acqua e delle risorse, soprattutto in aree alpine dove il cambiamento climatico modifica disponibilità idrica e stagionalità turistica. Le analisi in ambito alpino evidenziano pressioni crescenti sulle risorse idriche e trasformazioni ambientali che avranno ricadute economiche.

Rischi?

Esistono scenari molto pessimisti sull’impatto dell’AI, con shock occupazionali e instabilità, come quello appena pubblicato e discusso in chiave “what-if” da Citrini Research. Io non lo prendo come previsione, ma come promemoria: dobbiamo governare transizione e competenze, perché gli effetti dirompenti sono possibili se si subisce il cambiamento invece di guidarlo. Infine, una nota “geopolitica” ma pratica: l’Europa non può dare per scontato di guidare lo sviluppo delle piattaforme AI come USA o Cina; però può giocare una partita enorme sull’applicazione industriale e sull’integrazione nei processi produttivi, dove abbiamo tradizione e base manifatturiera. Su questo punto, il dibattito sulla competitività europea e sulla necessità di accelerare innovazione e investimenti è molto presente anche nei report. (p.ca.)