TRENTO. Dal maso dove vive con il vecchio Ceck, un cane Laika russo-europeo di 12 anni, un cane anti-orso, si gode una vista splendida. Sulla val di Non e sul Brenta, dal crinale del Piz Galin, oltre la valle dello Sporeggio. Terra di orsi e di mirabile bellezza.

Il maso di Alberto Stoffella, appena sotto la strada tra Spormaggiore e Cavedago, è casa, studio, luogo che pulsa di vita. Ma è stato anche un centro di recupero di animali selvatici. Tra gli scaffali e i computer, hanno respirato gli "infanti", così li chiama: cuccioli di capriolo, di lepre, di volpe, di scoiattolo. «Mica li potevo tenere giù sotto, in magazzino. Per allattarli tre volte la notte. Più comodo averli qui, in casa».

Alberto Stoffella da gennaio è in pensione. È stato per una vita agente del Corpo forestale della Provincia, presso la Stazione Paganella, in località Priori. In marzo, la Provincia (Servizio foreste e fauna) gli ha dato una "buona uscita" che ha fatto arrabbiare tutti, pure il sindaco di Cavedago e il presidente del Parco naturale Adamello Brenta. Nottetempo, senza preavviso, ha tagliato i lucchetti del recinto allestito nel bosco dietro la stazione forestale e liberato tre caprioli in corso di riabilitazione, che Stoffella stava seguendo.

Schivo com'è, di fare polemica con l'ex datore di lavoro, a Stoffella non importa nulla: la vuole evitare. Punto. Se però si vuol capire come si potrebbero assistere gli animali feriti (da incidenti stradali, sempre di più, o da altri traumi) o abbandonati, è la persona più indicata. Per competenza ed esperienza. Per contatti internazionali. E, soprattutto, per passione. Quella che ti fa durare, a gratis, la giornata di lavoro ben oltre le otto ore canoniche.

Stoffella, lei in realtà si è sempre occupato di orsi e grandi carnivori, mica di recupero…

«Sì. Ho sempre lavorato nel settore grandi carnivori. Per interventi di emergenza, per la cattura, e come conduttore di cani anti-orso. Per anni ho coordinato il gruppo dei cani anti-orso, operativo dal 2007: avevo trovato i Laika in Bielorussa e in Germania, i cani Jant in Svezia. Nei Paesi nordici li usano per la caccia all'alce...».

Quanto al recupero?

«Beh, me ne sono sempre occupato. Ho assistito due cuccioli di orso, il primo nel 2011, il secondo per una quarantina di giorni nel 2019, al Casteller. Lì, il problema più grosso era non "imprintarli", conservarne la selvaticità, riducendo al minimo necessario i contatti per l'igiene e l'alimentazione. Su come agire con i cuccioli di orso, mi hanno aiutato i contatti con due centri di recupero, negli Stati Uniti e in Russia. La soddisfazione più grossa è stata poi riconsegnarli, cresciuti, alla foresta».

Lei fa riferimento al centro di recupero del Casteller, dell'Associazione cacciatori trentini, dismesso nel 2020 dopo che è venuto meno il rapporto con la Provincia, Ma com'è che è arrivato a curare i selvatici in casa?

«Mi venivano segnalati da colleghi, o da altri. Il recinto presso la Stazione forestale Paganella è stato creato dopo la chiusura del centro al Casteller. Da allora, l'unico Cras, centro di recupero animali selvatici è quello della Lipu, a San Rocco per l'avifauna e altre specie non cacciabili... Il primo piccolo di capriolo è stato accolto, nel recinto, nella primavera del 2020. Era un progetto sperimentale, ben visto dal Comune di Cavedago, proprietario dell'area, e dal Parco Adamello Brenta».

Qual è il bilancio?

«In un anno e mezzo, sono stati accolti altri 23 animali: ungulati, roditori come scoiattoli, e carnivori come le volpi. Soprattutto piccoli da essere svezzati e animali vittime di incidenti stradali, se no destinati ad essere soppressi».

Ma come venivano curati gli animali?

«Con le richieste in crescita, per fortuna il Parco ha messo a disposizione una persona, in aiuto per "governare" gli animali. Ma ai Priori c'è solo un recinto di 1.300 metri quadri. Non c'è un ambulatorio, una struttura apposita. Per cui, molti animali da accudire me li sono portati a casa. E molte volte ci ha aiutati il veterinario Roberto Guadagnini, con la sua struttura di Mezzolombardo, per radiografie, terapie intensive, interventi chirurgici, eutanasie...».

È possibile misurare i risultati?

«Sì, almeno il 60% degli animali custoditi è stato reimmesso in natura. Ogni specie ha i suoi problemi. E accudire un selvatico è molto più complicato che accudire un domestico: l'alimentazione dev'essere il più naturale possibile, la manipolazione è delicata per evitare situazioni di stress che possono pure causare la morte...».

Che latte si usa per svezzarli?

«Altamente digeribile, di solito di capra, o latte ricostruito, in polvere, sempre a base di capra. Per nutrire un piccolo scoiattolo serve un quarto d'ora e il biberon va scaldato a bagno maria, a temperatura costante, 38 gradi... Il latte me lo facevo mandare dalla Germania. Gli altri alimenti sono frutta e verdura, frutta secca, cereali, paglia e fieno di secondo taglio, carne fresca... E, poi, servono biberon, bilancia, siringhe sterili, microchip, disinfettanti...».

Scusi, tutto a casa sua?

«Sì, non c'erano alternative».

E quanto ha speso in diciotto mesi?

«Oltre 4 mila euro. Mezzo kg di colostro costa 85 euro...».

Rimborsato dal datore di lavoro, la Provincia?

«Sì, con un buono acquisto di 300 euro, spesi al Despar di Andalo».

Diciamo che in Trentino qualcosa non funziona quanto a Cras…

«In Trentino manca una legge sui Cras. La legge 157 del 1992 sulla caccia prevede che le Regioni e le Province autonome normino la organizzazione dei Cras. Le funzioni sono quattro: recupero, cura, riabilitazione e rilascio. In Emilia-Romagna ci sono 19 centri recupero, in Lombardia 9, nel Bresciano si sta ultimando il secondo, con un milione di euro. Sul sito del faunistico, la Provincia, in caso di investimenti, rinvenimenti e recupero animali feriti, suggerisce, per i mammiferi, di contattare la stazione forestale competente che contatterà le strutture per la cure. Quali? Non si sa. In realtà, non si sa dove metterli. I Cras sono anche un centro di coinvolgimento del volontariato e di crescita culturale. Non averli è un'occasione persa».