Rifugio Boz, 22 candidati per la gestione, ma il Cai di Feltre avverte: "Non è facile gestirlo"

di Manuela Crepaz

Sono ben 22 le candidature arrivate alla sezione Cai di Feltre per la gestione del rifugio Bruno Boz, nel gruppo del Cimonega, in territorio comunale di Cesiomaggiore (Belluno).

Di proprietà del comune di Mezzano, è affacciato sul Sass de Mura a 1718 metri e raggiungibile sia da Primiero accedendo dalla Val Noana, sia dal Feltrino, salendo dalla Val Canzoi.

Tra aspiranti gestori a prendere il posto degli storici Daniele Castellaz e la moglie Ginetta che hanno lasciato dopo quasi quarant'anni, sette giungono dal Trentino, cinque dal Bellunese, tre da Treviso, due da Venezia e uno rispettivamente da Bergamo, Parma, Verona e Trieste. Quattro sono le donne capocommessa.

Dopo una prima scrematura delle domande, la commissione composta dai componenti del direttivo del Cai procederà alla valutazione tra la fine di febbraio e metà marzo. Ne abbiamo parlato con Ennio De Simoi, presidente del Cai di Feltre, che non si aspettava così tante domande.

Cosa serve oggi per gestire un rifugio? «Bisogna avere capacità gestionali e commerciali, conoscere quindi il cliente, il suo bisogno e le sue aspettative. Chiunque va in montagna sosta al rifugio, ma possono passare cento persone come mille, è il gestore che fa la differenza, soprattutto di questi tempi. Inoltre, una grande differenza tra oggi e vent'anni fa, è che un tempo il rifugio era un punto di partenza e il rifugista sapeva già al mattino quanti clienti avrebbe avuto a pranzo.


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Oggi il rifugio è la meta e quindi il gestore si può trovare 40 coperti come 120. È un aspetto gestionale non indifferente e serve sensibilità».

Come far convivere le richieste degli escursionisti e la vocazione alpina dei rifugi? «La massa non è modificabile se omogenea, ma si può e si deve creare cultura rispettosa della montagna. Il Cai ha dei valori, noi li difendiamo, non siamo disposti a trasformare i rifugi in alberghi di alta quota. Anche perché è una rincorsa infinita che non finisce più. Certo, dobbiamo aiutare la gestione semplificandola il più possibile, quindi qualcosa va modificato, è inevitabile. Però oggi c'è una concorrenza tra rifugi che non è economica, ma di aspettative. L'escursionista che vede il rifugio come meta non sa che quello vicino alla strada è magari privato, si chiama rifugio ma è un alberghetto e poi arriva al rifugio escursionistico o alpino del Cai a due ore di cammino e lo considera alla stessa streguA, chiedendo dove sono le docce, quante singole ci sono e menu bizzarri. Senza cultura della montagna non se ne esce».

Cosa piace del rifugio Boz? «Il Boz ha una caratteristica: è l'unico sull'Alta Via che è rimasto con le fattezze di un rifugio e gli stranieri cercano proprio questo. Arrivano motivati con una sensibilità forte verso la montagna, e apprezzano che il Boz sia spartano, con i sassi a vista, le camere non smaltate come una volta quando era una malga. Ricercano e apprezzano la parte selvaggia della montagna.

Ho chiesto a due turisti olandesi come avevano trovato il Boz. Mi hanno detto di aver fatto una ricerca su internet cercando "wilderness" ed è uscito il Parco delle Dolomiti Bellunesi con le Vette Feltrine. Ecco, noi vogliamo salvaguardare questo aspetto e una delle fortune del Boz è di essere all'interno del Parco».

E dei candidati, cosa può dirci? «La cosa curiosa è che tra i gestori c'è chi vuol cambiare vita, vuole fuggire dal mondo, tornare alle origini dell'uomo, con laureati che però non sanno cosa significhi la vita in rifugio. Si deve essere al contempo elettricisti, idraulici, muratori, non si può pretendere che se qualcosa non funziona chiami un tecnico e che questo arrivi subito. Lassù non possiamo permetterci qualcuno che non abbia una buona manualità e spirito di iniziativa. E molti non lo sanno. Il problema è che una volta c'era tantissima gente che aveva queste caratteristiche e pochi conoscevano i social, oggi invece è il contrario e poi chiamano il Cai ogni tre minuti perché hanno una rogna». 

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