TRENTO. Servirebbe una rifondazione completa della scuola: delle modalità di valutazione, della didattica, del significato delle competenze, della necessità di un lavoro più interdisciplinare. Una necessità che c'è in tutto il Paese, e che c'è quindi anche in Trentino dove l'autonomia - e le risorse dell'autonomia - potrebbero dare qualche possibilità in più.

Nei giorni in cui si commentano i risultati, non proprio edificanti dei test Invalsi, il professor Marco Dallari, pedagogista e docente universitario di didattica condivide con l'Adige qualche riflessione. E al di là della bagarre politica, invita ad andare al nocciolo del problema.

Professore, i test Invalsi non sono andati benissimo. Su tutti il dato più agghiacciante: 39 studenti su 100 non sono in grado di comprendere un testo in italiano.

«Innanzi tutto, quel che salta all'occhio nei risultati dei test, è che sono stati fatti progressi in due materie, inglese e informatica con le competenze digitali, che sono evidentemente cose che i ragazzi imparano fuori dalla scuola. Soprattutto i ragazzi delle superiori, il contatto stesso con la rete veicola molto anche la lingua inglese. È una crescita che quindi credo c'entri poco con la scuola. Oltretutto la competenza digitale è stata incrementata dal Covid, che ha avuto ricadute sul sistema di comunicazione interpersonale che sono rimaste anche dopo. Per il resto, sono d'accordo sul fatto che la scarsa competenza in lingua italiana è una tragedia. La comprensione di un testo significa saper pensare, saper comunicare».

Si è molto discusso in questi giorni tra competenze e conoscenza.

«La scuola continua a valutare le conoscenze, gli apprendimenti. Da anni diciamo che quel che conta sono le ricadute che gli apprendimenti devono avere sulla capacità di ragionare e collegare tra loro le conoscenze, anche in modo interdisciplinare. Ci vorrebbe una riformazione degli insegnanti, che anche in Trentino, malgrado l'attenzione che c'è stata, non ha raggiunto grandi livelli. È importante insegnare ai ragazzi a fare inferenze, collegare tra loro le conoscenze e sviluppare ragionamenti autonomi sugli avvenimenti, che è poi una delle cose che gli Invalsi provano a misurare».

Quindi lei immagina una rifondazione di tutto: didattica, formazione degli insegnanti e sistema di valutazione?

«Sì. Va migliorata la formazione iniziale e di servizio degli insegnanti. La cosa che andrebbe fatta, a mio avviso, è un incontro tra politici e formatori, con l'università. Va fatta una rifondazione dell'idea stessa di competenze didattiche, secondo quelle che sono le modalità di interazione che oggi la nostra società di impone».

La valutazione è ormai un po' rigida, anche per evitare contestazioni che sono sempre dietro l'angolo, viste le aspettative delle famiglie, sempre più alte.

«Gli insegnanti finiscono per valutare quel che è misurabile. Ma la matematizzazione della valutazione è un disastro. E quanto alle aspettative delle famiglie, le fa la scuola a partire dalla scuola d'infanzia, che è la migliore delle nostre scuole e che ci copiano nel mondo. Poi entrando nella scuola dell'obbligo, inizia l'ossessione dei voti e una valutazione sempre più burocratica».

Ma le prove Invalsi misurano davvero le competenze?

«Solo in parte. Per esempio, quando si parla di comprensione testuale, molte volte nei test ci sono domande che non sono coerenti con quel che si è insegnato a scuola. Agli allievi si chiede di fare ragionamenti e valutazioni che di solito non vengono fatti. Quindi è poco produttivo continuare ad accanirsi sul fatto che siano andate un anno meglio o un anno peggio. Servirebbe una revisione generale».

I risultati sembrano peggiorati da dopo il Covid. È ancora uno spartiacque?

«Non so. Certamente però il Covid ha lasciato una traccia molto precisa nei ragazzi, in termini di perdita di sicurezza e coraggio. Hanno meno capacità, tipica dei giovani della loro età, di buttarsi, di rischiare e avere speranze e progetti. Ma ancora una volta, questo riguarda i ragazzi in quanto tali, o la cultura della società in cui vivono, e delle famiglie? Io non lo so. E poi, a proposito di Invalsi, c'è un altro aspetto poco citato».

Quale?

«L'immigrazione. Dagli studenti di origine straniera non ci si può aspettare competenze linguistiche identiche a chi è nato qui. Invece avranno meno difficoltà ad aumentare le loro competenze in una o più lingue straniere».

Lei parla della necessità di una rifondazione. In questo senso l'autonomia speciale potrebbe dare qualche opportunità in più?

«Certamente. Faccio un esempio. Io ora sto in Emilia, c'è un attenzione di buon livello, ma mi sono reso conto, nei miei 25 anni in Trentino, che lì sono possibili cose che costano soldi e che altrove, anche quando la politica è buona politica, non si possono fare. Andrebbe ripensato il vantaggio che il Trentino ha di anticipare le cose, come ha fatto in passato. Penso al servizio civile universale e alla formazione professionale, nella quale il Trentino ha un primato, che segna una differenza tra quello che c'è lì e quello che c'è nel resto d'Italia».