TRENTO. L'ultima mattinata in cui si è accesa la macchina del caffè, l'ultimo profumo di brioches sfornate e le ultime ore dietro un bancone che li ha accompagnati per decenni. Il Caffé Portici cambia gestione, Aldo Filippo e Francesca Morandell abbassano un'ultima volta la serranda e guardano ad un nuovo capitolo della loro vita.

A prendere il testimone saranno Shkumbin Karpuzi, già noto per altri locali in zona, e Armando Shehaj. All'interno del bar si è sempre respirata un'aria accogliente, si è stati accolti con un sorriso e con la gentilezza dell'instancabile coppia che dal 2007 ha servito caffè e aperitivi in piazza Duomo. Dopo trentatré anni di lavoro (i primi 14 spesi al bar Aquila d'oro in via Belenzani).

È stato un viaggio lungo, come mai siete arrivati a questa scelta?

I motivi che ci hanno spinto a fermarci non sono economici, anzi sotto quell'aspetto l'azienda lavora molto e bene. Abbiamo sei dipendenti e siamo sempre operativi. Ma proprio questo da un lato ci ha spinto a dire che è giunto il momento di goderci la vita e la famiglia. Abbiamo dato tanto ed è giusto anche cambiare.

Si tratta di una scelta improvvisa?

In realtà ci pensavamo da un anno più o meno. Abbiamo tre figli che in passato ci hanno dato una mano nel bar, poi hanno preso strade diverse. Inizialmente pensavo di tirare avanti fin quando non fossero subentrati loro, ma ho archiviato il pensiero.

In tre decenni di lavoro ci sono stati molti cambiamenti sia in città che nel vostro settore.

Abbiamo vissuto la lira e l'arrivo dell'euro, il cambiamento della città da molto tranquilla a molto turistica. Prima c'erano pochissimi bar distanziati, poi il numero è cresciuto e con esso anche il flusso di turismo. La città è diventata molto diversa: di certo più ricca di studenti, più vivace e con qualche piccolo inconveniente a livello di sicurezza, ma siamo in un'isola felice. Una volta i trentini arrivavano al mattino per bere il bianco come aperitivo e il rosso il pomeriggio. Poi sono arrivate le mode degli aperitivi e la trasformazione in un piccolo ristorante. Si facevano solo panini e toast, negli ultimi periodi preparavamo anche insalate, bruschette, pizze. Il lavoro si è evoluto. Basta pensare al caffè: una volta c'erano solo liscio e macchiato, oggi non si contano più i modi di prepararlo.

Com'è stato il rapporto con i clienti? Si può dire che è stato lo psicologo del quartiere?

Bisogna essere un po' psicologo. In un'occhiata capisci se il cliente vuole parlare o se è meglio lasciarlo stare. Più che clienti si diventa amici, ti confidano tutto e il bar diventa un punto di incontro e socialità. Alcuni di loro son stati con noi per tre decenni, li abbiamo visti crescere e una volta appresa la notizia di chiusura qualcuno si è commosso. Questa cosa ci ha toccati profondamente.

Lei che non è di Trento, ha trovato però un motivo in più per restare.

Sono arrivato dalla Calabria senza avere niente con me, ho iniziato a fare qualche stagione e poi ho incontrato Francesca, mia moglie, e son rimasto qui per amore. Insieme abbiamo superato momenti più difficili e mi ha supportato sempre. È stato una sorta di miracolo, oltre a convivere da 35 anni, abbiamo anche lavorato 33 anni insieme, una rarità al giorno d'oggi. Superato questo scoglio, credo che la pensione la passeremo in un idillio.

Cosa ci dice sui nuovi gestori?

Fino ad una settimana fa non avevo ancora idea del giorno preciso di chiusura, poi mi hanno contattato Sku e Armando. Sono gente esperta, hanno altri locali che funzionano bene e avevano fretta di ripartire dal primo agosto. Auguro loro che vada ancora meglio di noi.

Vuole aggiunge qualcosa?

Come ultima cosa vorrei ringraziare tutto lo staff che ci ha seguito in questi anni: dai nostri figli Simone, Marco e Sofia, Aliona Stepanovici, Dragos Mocanu, Salvatore Luciani, Alice Liven, Anna Matias da Silva e il più piccolo, Mattia Gottardi. Un grazie di cuore a tutti e anche a tutti i clienti per questa avventura.