TRENTO. C'è un momento, nelle pieghe della finanza autonoma, in cui le cifre smettono di essere neutre e diventano racconto politico. E talvolta anche racconto di un'assenza. Perché la notizia è quella dello spostamento della sede legale di Acciaierie Venete da Borgo Valsugana a Padova. Un addio vero e proprio. Lo ha svelato ieri in un'interrogazione a risposta orale il consigliere Paolo Zanella del Partito democratico (che ha depositato anche una interrogazione alla giunta provinciale sottoscritta anche dai suoi colleghi Alessio Manica e Michela Calzà). Ma non è soltanto una questione societaria.

È un piccolo caso emblematico di come si possa perdere gettito senza nemmeno accorgersene. O peggio: senza provarci davvero a trattenerlo. E stiamo parlando di oltre una quarantina di milioni di gettito che fino all'anno scorso restavano in Trentino. Parliamo di un'azienda che sfiora il miliardo e cento milioni di fatturato, con una presenza industriale robusta anche in Trentino, e che negli anni scorsi, grazie anche a un intreccio di vincoli e opportunità, aveva portato la propria sede legale proprio a Borgo, controllando stabilimenti a Padova, Brescia, Udine e Verona. Non un dettaglio burocratico, ma una scelta con conseguenze molto concrete: Iva e Ires, cioè una fetta significativa di entrate che, per effetto dello Statuto di autonomia, restano per larghissima parte sul territorio.Nel 2023, ad esempio, si parla di circa 12 milioni di Ires, di cui nove decimi trattenuti in provincia.

E poi l'Iva, legata a centinaia di milioni di fatturato prodotto in Italia. Risorse vere, non teoriche. Risorse che alimentano servizi, investimenti, politiche pubbliche. Risorse, segnala Zanella, che semplicemente non ci saranno più.Il punto politico, più ancora di quello contabile, sta tutto qui. Perché il trasferimento della sede legale da Borgo a Padova, avvenuto il 13 marzo, non è figlio di una fuga improvvisa o di una crisi industriale. È, semmai, la naturale conseguenza della scadenza di un vincolo.

Finito l'obbligo, l'azienda torna a casa, in Veneto. Legittimo. Quasi fisiologico.Quello che appare meno fisiologico è il «silenzio assordante» evocato nell'interrogazione. Perché nessuno, in Provincia, ha monitorato quella scadenza? Perché non si è aperta per tempo una trattativa, una riflessione, un tentativo di costruire una contropartita? Non necessariamente regali a pioggia, ma strumenti mirati: contributi per l'efficientamento energetico, per esempio, in un settore energivoro per definizione. O altre leve già previste dall'ordinamento provinciale. Insomma, creare un contesto per cui all'acciaieria conveniva restare in Trentino. Contributi che peraltro l'azienda veneta non ha mai chiesto né ricevuto.Ma il tema non è «pagare per tenere un'azienda», ma capire quanto vale, per il sistema Trentino, la localizzazione fiscale di un grande player industriale.

Il valore stimato è di una quarantina di milioni all'anno su un fatturato superiore al miliardo, ossia parliamo della terza azienda del Trentino dopo Dolomiti Energia e le sue derivate. Insomma, merita una strategia. Altrimenti resta l'impressione di un territorio che subisce le decisioni anziché anticiparle. Che mantiene gli oneri, perché un'acciaieria non è un elemento neutro nel paesaggio della Valsugana, ma perde gli onori, cioè il ritorno fiscale che poteva compensarli almeno in parte.La consolazione è che l'occupazione non è in discussione. Ed è un punto fondamentale. Ma non basta a chiudere il cerchio. Ora tocca alla Giunta provinciale dare una risposta, che presuppone anche dover rivelare qual è il piano industriale complessivo della Provincia.